Confindustria Udine commemora il 50° anniversario del terremoto del 1976, esaltando la capacità imprenditoriale e la resilienza che trasformarono una tragedia in un modello di rinascita nazionale.
La forza della ricostruzione friulana
A cinquant'anni dalla tragedia, il ricordo del sisma del 1976 rimane vivido. L'orgoglio per la reazione del Friuli è però ancora più forte. Lo sottolinea Luigino Pozzo, presidente di Confindustria Udine. Egli evidenzia il ruolo centrale dell'imprenditoria nella rinascita del territorio. Il terremoto del 1976 paralizzò il 40% del sistema produttivo udinese.
Quella notte, la regione perse molto, ma non la determinazione. Gli imprenditori riaprirono le fabbriche in locali improvvisati. Mantennero i posti di lavoro. Posero le basi per una ricostruzione esemplare a livello nazionale. Si trattò di una ricostruzione «oltre la dimensione dell'esistente», come affermò Andrea Pittini.
Furono adottati atteggiamenti di «resilienza proattiva». Questi permisero di immaginare nuovi obiettivi e metodi. Si crearono nuove strade per costruire qualcosa di inedito. La priorità fu sistemare la popolazione in tendopoli. Questo evitò l'emigrazione di massa. Permise di mantenere i lavoratori vicini alle fabbriche. Questo fu il principio guida dell'allora presidente degli industriali di Udine, Rinaldo Bertoli.
L'impegno delle associazioni e delle imprese
L'Associazione, sotto le presidenze di Bertoli, Gianni Cogolo e Andrea Pittini, lanciò una sottoscrizione. Questa avvenne solo tre giorni dopo la scossa. Raccolse oltre 3,5 miliardi di lire. I fondi furono destinati ad alloggi per lavoratori, strutture prefabbricate e di emergenza.
Furono promosse soluzioni innovative. Tra queste, l'occupazione provvisoria e la lavorazione in conto terzi. Vennero stipulati accordi con banche e sindacati. La visita del presidente di Confindustria nazionale, Gianni Agnelli, fu cruciale. Permise di ottenere prestiti a tasso zero e interventi rapidi.
Le imprese edili associate formarono il Consorzio CORIF. Questo divenne l'interlocutore unico per la realizzazione delle infrastrutture. In poco più di un anno, la riattivazione produttiva fu completa. Lo ricorda ancora Pozzo.
I numeri della ripresa e il futuro
Alla fine del 1978, i posti di lavoro industriali nelle zone colpite aumentarono di 2mila unità. Si registrò un incremento del 10%. Tra il 1971 e il 1981, le unità industriali in provincia di Udine crebbero del 44,7%. Gli addetti aumentarono del 26,7%.
Il Friuli dimostrò che dare priorità alla ripresa economica e produttiva ricostruisce il tessuto materiale e sociale. Lo afferma Pozzo. Confindustria Udine rende omaggio a tutti coloro che resero possibile questo «miracolo di resilienza». Lo definisce un simbolo per l'Italia intera. È un modello vincente per affrontare le sfide attuali e future.
Rimane centrale il motto «Prima le fabbriche» di monsignor Alfredo Battisti. Attualissima è anche la frase di don Checo Placereani: «Il Friuli deve uscire dalle macerie con la testa, non con i piedi». La testa rappresentava l'innovazione, il progresso, l'Università. I piedi simboleggiavano il rischio di nuova immigrazione e arretramento sociale ed economico.
Di fronte alle sfide odierne, Confindustria Udine intende rinnovare quel «Modello Friuli». L'obiettivo è stimolare soluzioni concrete. Si vuole aggregare il territorio attorno a un nuovo Patto per uno sviluppo innovativo. Questo patto dovrà essere inclusivo e sostenibile. Si promuoverà la base produttiva, il lavoro e la formazione. Si trasmetterà alle nuove generazioni la cultura del non arrendersi mai e la fiducia nell'intraprendere.