Il documentario 'Knife' di Alex Gibney, presentato alla Festa di Roma, narra la riabilitazione fisica ed esistenziale di Salman Rushdie dopo il grave attentato subito. Il film include testimonianze inedite e riflessioni profonde dello scrittore.
Il documentario 'Knife' alla Festa di Roma
Il premio Oscar Alex Gibney presenta 'Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie'. Questo documentario è in concorso alla Festa di Roma nella sezione dedicata ai lungometraggi documentari.
Il film ricostruisce meticolosamente l'attentato subito da Salman Rushdie il 12 agosto 2022. L'aggressione avvenne a Chautauqua, nello stato di New York. Lo scrittore di origine indiana ha rischiato la vita.
L'attacco gli ha causato gravi ferite. Ha perso la vista da un occhio e l'uso della mano sinistra. Il documentario segue il suo percorso di recupero.
La testimonianza di Rushdie e le immagini inedite
Il lungometraggio è nato quasi in contemporanea con le memorie di Rushdie. Il libro si intitola 'Coltello: Meditazioni dopo un tentato assassinio'. È stato pubblicato da Mondadori nel 2024.
Il film ripercorre le fasi dell'aggressione. L'attentatore era Hadi Matar, allora 24enne. Di origine libanese, Matar è balzato sul palco durante una conferenza. Ha colpito ripetutamente Rushdie al volto, a un braccio e all'addome.
La scena dell'attentato viene riproposta più volte. Ogni volta vengono aggiunti nuovi particolari, rendendola molto cruda.
Il recupero fisico ed emotivo dello scrittore
Nel film, oltre alle immagini inedite, spicca il racconto in prima persona di Rushdie. La moglie dello scrittore, la fotografa e poetessa Rachel Eliza Griffiths, ha girato filmati eccezionali.
Il documentario si concentra sul recupero fisico ed emotivo dello scrittore. Questo percorso è ricco di considerazioni filosofiche e profondamente umane.
Rushdie riflette su molti aspetti. Si interroga sul suo aggressore, che vorrebbe incontrare. Esplora la meraviglia del corpo umano e la sua capacità di guarigione.
Infine, analizza la natura del coltello che lo ha colpito. Lo descrive come un'arma 'intima', che richiede contatto e vicinanza.
La forza della libertà di parola
L'autore de 'I figli della mezzanotte' afferma: «Sono stato attaccato, ho avuto la sensazione di sperimentare prima il peggio dell'umanità, incarnato dal mio aggressore». Prosegue poi con una riflessione sul meglio dell'umanità: «ma poi forse anche il meglio, perché le prime persone a salvarmi la vita sono venute dal pubblico».
Alcuni spettatori si sono precipitati sul palco. Hanno bloccato l'aggressore, impedendogli di continuare. Hanno poi prestato un primo soccorso fondamentale.
La critica ha elogiato il documentario. Si distingue per le immagini girate dalla moglie di Rushdie. Apprezza la capacità dello scrittore di affrontare il trauma con ironia e lucidità.
Viene sottolineato il valore dei suoi discorsi sull'importanza della libertà di parola. Questo tema è centrale nel film.
Punti di forza e critiche
Tra i pochi aspetti negativi segnalati, c'è una scarsa distanza critica del regista dal protagonista. Il documentario è quindi prevalentemente focalizzato sul punto di vista di Rushdie.
Nonostante questa osservazione, il film offre uno spaccato potente. Racconta la resilienza umana di fronte alla violenza estrema.
La proiezione alla Festa di Roma ha suscitato grande interesse. Il pubblico ha potuto riflettere su temi universali come la violenza, la guarigione e la libertà.
Le domande che sorgono riguardano la natura della violenza e la capacità di recupero. Il film invita a una profonda riflessione.