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L'arcivescovo Corrado Lorefice ha presieduto la celebrazione della Domenica delle Palme a Palermo, esortando i fedeli a seguire il principe della pace e a diventare evangelizzatori di serenità. Un messaggio di umiltà e mitezza ha caratterizzato l'omelia, sottolineando il rifiuto della violenza e la ricerca di una pace autentica.

Lorefice: "Osiamo il sogno dell'azzardo della pace"

La Cattedrale di Palermo si è animata per la Domenica delle Palme. L'arcivescovo Corrado Lorefice ha dato inizio alla settimana santa. Ha invitato i presenti a seguire il principe della pace. L'obiettivo è diventare operatori di pace. La sua omelia ha toccato corde profonde. Ha esortato a osare il sogno dell'azzardo. Un azzardo nel nome di Gesù. Un azzardo di sconfinamenti. Un azzardo di consegna alla passione.

Lorefice ha espresso il desiderio di perdere tempo con il Signore. Di attardarsi con lui. Di incamminarsi verso Gerusalemme. Questo per partecipare alla sua passione salvifica. «Facci rimanere uniti a te», ha pregato. Un'unione con chi è «esangue per passione». Un'unione con chi è «senza sangue per passione». L'arcivescovo ha chiesto di essere resi capaci di un «amore più grande». Un amore come quello di Gesù. Lui è il Messia pacifico. È disarmato. È un Re non violento. Porta su di sé la sofferenza del mondo. Il suo messaggio è chiaro: «Rimetti la spada nel fodero».

La città e l'equivoco della violenza

L'arcivescovo ha citato il Vangelo di Luca. Gesù pianse sulla città. «Se avessi conosciuto anche tu, in questo giorno, ciò che porta alla pace» disse. Anche Matteo descrive Gesù come pacifico. Fa la pace tra ebrei e gentili. Tra vicini e lontani. È un re atipico. Non usa potere umano. Non usa violenza umana. La folla acclama il re. Dimentica che cavalca un asino. Non un cavallo. Acclama un vincitore. Lui si presenta «giusto e umile». Bisognoso di salvezza. Gesù piange su un equivoco. Un equivoco che persiste. Persiste anche tra i cristiani. Sono tentati dalla forza. Dal potere. Dalla vittoria. Dalla sontuosità. Dalle folle numerose. Pensare così significa non conoscere la pace. Significa conoscere solo la logica della guerra. E concepire la potenza di Dio in quella stessa logica.

Il profeta e il cammino verso Gerusalemme

Corrado Lorefice ha definito Gesù il profeta che deve venire. Un titolo messianico. Giustifica il grido dell'osanna. «Dona salvezza!». Ma evoca anche la sofferenza. La morte. Nella città che uccide i profeti. Che uccide gli uomini di pace. Lui indurisce il volto. Si dirige a Gerusalemme. «Per questo rendo la mia faccia dura come pietra», ha detto. Sapendo di non restare confuso. Come messia che sceglie ingressi a groppa d’asino. E noi con lui. Senza timore. Fiduciosi. Liberi. Per amore. Siamo qui per questo. Come discepoli. Viviamo un tempo travagliato. Sempre più dimentico della «via della pace».

«Non conoscono la via della pace», ha ricordato. «Non c’è giustizia nel loro procedere». I loro sentieri sono tortuosi. Chi vi cammina non conosce la pace. L'Apostolo Paolo ricorda che tutti sono sotto il dominio del peccato. La via della pace non la conoscono. L'arcivescovo ha concluso con un invito. «Andiamo, dunque, sorelle e fratelli, dietro al Principe della Pace». Seguiamolo osannando la sua umiltà. La sua mitezza. Perché questa settimana santa ci renda operatori di pace. Evangelizzatori di pace.

Alleanza di pace e speranza futura

Nel profeta Ezechiele si legge: «Non si contamineranno più con i loro idoli». «Farò con loro un’alleanza di pace». Sarà un’alleanza eterna. L'arcivescovo ha pregato: «Signore, beato chi trova in te la sua forza». E decide nel suo cuore il santo viaggio. Anche noi ti vogliamo seguire. Nel tuo cammino. Per la vita. Per la pace. Con il salmista, ha ribadito: «Il re non si salva per un forte esercito». Né il prode per il suo vigore. Il cavallo non giova per la vittoria. La sua forza non potrà salvare. «Ecco, l’occhio del Signore veglia su chi lo teme». Su chi spera nella sua grazia. Per liberarlo dalla morte. Per nutrirlo in tempo di fame.

«L’anima nostra attende il Signore». Egli è nostro aiuto. Nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore. Confidiamo nel suo santo nome. «Signore, sia su di noi la tua grazia». Perché in te speriamo. L'arcivescovo ha concluso con un appello finale. «Amatissime, amatissimi, seguiamo il Re della vita e della pace». Umili e pieni di speranza. Perché «secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova». Lì avrà stabile dimora la giustizia.