Un'indagine svela come la mafia palermitana gestisca traffici di droga e armi, oltre a illeciti economici, collegando diversi quartieri della città. Le intercettazioni e le dichiarazioni di collaboratori di giustizia delineano una rete criminale interconnessa.
Droga e contatti tra quartieri palermitani
Le indagini hanno messo in luce un'estesa rete criminale. Questa collega diverse zone di Palermo. Si parla di Corso dei Mille, Brancaccio, lo Zen, lo Sperone, Porta Nuova e il centro città. La mafia opera con uomini e interessi comuni. Le piazze di spaccio si alimentano a vicenda. Le armi provengono da altri mandamenti. Gli affari sono gestiti da figure chiave.
Il traffico di stupefacenti rappresenta un asse fondamentale. Il suo centro operativo è individuato in Corso dei Mille. Da qui si dirama verso altri quartieri. Un nome ricorrente è quello di Ignazio Cinà. Viene indicato come gestore di una piazza di spaccio nel quartiere chiamato «Villaggetto».
A descrivere il suo ruolo è il collaboratore di giustizia Vincenzo Petrocciani. Egli afferma: «Ignazio Cinà che io so, ha proprio… gestisce una piazza vicino dove abita… noi ci diciamo al Villaggetto». Ma la sua attività non è isolata. Petrocciani chiarisce che Cinà riforniva altri circuiti criminali.
«Ignazio Cinà ha anche altri acquirenti presso lo Zen, presso anche lo Sperone… forniva stupefacenti a molte persone», ha dichiarato Petrocciani. Il suo peso nel traffico è significativo. Il collaboratore ha aggiunto: «I carichi di cocaina… li consegnavo personalmente io a Ignazio Cinà, che erano i 10 chili, i 20 chili».
Armi dallo Zen per alimentare le vendette
Un secondo asse investigativo riguarda il traffico di armi. Questo snodo cruciale sembra essere localizzato nello Zen. Un caso emblematico è quello legato a una rissa avvenuta in vicolo Chiazzese. Dopo l'episodio, Michele Filippone ha cercato un contatto per procurarsi armi.
Si è rivolto a Giuseppe Castronovo. Quest'ultimo è affiliato alla famiglia mafiosa dello Zen. Le intercettazioni telefoniche hanno rivelato conversazioni significative. Filippone diceva: «Mi sto preparando… perché devo fare la guerra Giusè».
Le armi sono state effettivamente reperite. Si tratta di un fucile a pompa, una pistola calibro 357 Magnum e un'altra arma da fuoco. Secondo le accuse, queste armi sarebbero state acquistate proprio tramite il canale dello Zen. Questo dimostra la capacità della criminalità organizzata di reperire strumenti bellici per regolare conti e perpetrare violenza.
Affari e controllo economico tra i mandamenti
Il terzo asse investigativo si concentra sugli affari economici e sul riciclaggio di denaro. In questo contesto emerge la figura di Giuseppe Vulcano. Viene identificato come un punto di snodo tra diversi mandamenti mafiosi. Le conversazioni intercettate rivelano dinamiche complesse.
In una discussione relativa a una controversia economica. Questa coinvolgeva Maddalena Ferretti, vicina a Gregorio Di Giovanni. Si parlava di come recuperare delle somme di denaro. Vulcano spiegava: «Lui domani dice gli dà l’affitto». Aggiungeva poi: «È l’unica che ci fa recuperare i soldi».
Giovan Battista Marino ha rilanciato la discussione. Ha detto: «Se no… mi dia i soldi lei… e me ne vado». Vulcano ha approvato la sua proposta. In un altro episodio, relativo alla gestione di un'attività commerciale, è emersa la volontà di un intervento diretto. Qualcuno ha affermato: «Levarci subito le chiavi ora».
Marino ha chiarito il ruolo di Vulcano in questa faccenda. Ha detto: «l’ho mandato io». Quando Vulcano ha tentato di gestire autonomamente una transazione economica, è arrivato un richiamo. Tommaso Lo Presti gli ha detto: «Ci metti sempre la tua».
Una rete criminale interconnessa
L'inchiesta ha delineato un sistema criminale operante su più livelli. Tuttavia, la logica sottostante rimane unitaria. La droga circola tra Corso dei Mille, lo Zen e lo Sperone. Le armi provengono dallo Zen per alimentare le faide interne. Gli affari economici vengono gestiti collegando Porta Nuova e il centro.
Al centro di tutto ci sono individui che mantengono uniti questi legami. Trasformano i rapporti tra i diversi mandamenti in una rete stabile e funzionale. Questo dimostra la capacità della mafia di adattarsi e mantenere il controllo sul territorio attraverso diverse attività illecite.