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La Cassazione ha confermato tre condanne definitive e disposto due rinvii per il processo sull'imposizione di buttafuori legati alla mafia in locali di Palermo. L'operazione Octopus aveva svelato un'estorsione gestita dalla famiglia mafiosa di Ballarò.

Sentenza definitiva per tre imputati

La Corte di Cassazione ha emesso un verdetto cruciale. Tre ricorsi sono stati dichiarati inammissibili. Ciò rende definitive le condanne per alcuni imputati. La sentenza riguarda un'indagine antimafia. L'operazione si chiamava Octopus. Ha scoperchiato un sistema di imposizione di personale di sicurezza. Questo avveniva in diverse discoteche. I locali si trovavano a Palermo e nella sua provincia.

Le condanne passate in giudicato riguardano Giovanni Catalano. A lui sono stati inflitti 6 anni e 8 mesi di reclusione. Anche Cosimo Calì dovrà scontare 5 anni. Infine, Emanuele Cannata ha ricevuto una pena di 7 anni e 6 mesi. La decisione della Cassazione chiude definitivamente la loro posizione legale.

Due casi rinviati alla Corte d'Appello

Per altri due imputati, il percorso giudiziario non è ancora concluso. La Cassazione ha disposto l'annullamento con rinvio. I casi torneranno alla Corte d'Appello di Palermo. Questo per una nuova valutazione su specifici aspetti delle sentenze di primo grado. Si tratta di Gaspare Ribaudo. La sua difesa è affidata all'avvocato Giovanni Rizzuti. Il rinvio riguarda l'aggravante del concorso di minorenni.

Anche la posizione di Andrea Catalano sarà riesaminata. I suoi legali sono gli avvocati Giovanni Castronovo e Silvana Tortorici. Il rinvio è legato alla qualificazione giuridica di uno dei capi d'accusa. Questi dettagli potrebbero influenzare l'esito finale per i due.

Il ruolo della famiglia mafiosa di Ballarò

Secondo gli inquirenti, l'intera operazione era orchestrata. La regia era della famiglia mafiosa di Ballarò. In particolare, le indagini hanno puntato il dito contro il boss Massimo Mulè. Anche lui ha ricevuto una condanna definitiva. Era affiancato dal cognato Vincenzo di Grazia. L'accusa sostiene che gestissero il controllo dei buttafuori.

I fatti risalgono agli anni 2015 e 2016. Una squadra di addetti alla sicurezza si presentava nei locali. Utilizzavano agenzie private. Imponendo i loro servizi ai gestori. Questo avveniva con metodi intimidatori. La movida palermitana era quindi sotto il controllo mafioso. La sentenza della Cassazione conferma la gravità dei fatti contestati.