Il caso della morte del maresciallo Antonino Lombardo, avvenuta nel 1995, viene riaperto dal GIP di Palermo che ordina nuove indagini per omicidio volontario. Si mettono in discussione le precedenti conclusioni di suicidio, approfondendo il ruolo dell'investigatore e il contesto di Cosa Nostra.
Riapertura indagini sulla morte del maresciallo Lombardo
A oltre trent'anni dalla scomparsa del maresciallo dei Carabinieri Antonino Lombardo, la vicenda giudiziaria subisce una svolta decisiva. Il 25 marzo 2026, il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Palermo, Walter Turturici, ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura. L'autorità giudiziaria ha invece disposto l'avvio di nuovi accertamenti investigativi.
L'obiettivo è fare piena luce su una morte che, sin dall'inizio, è stata caratterizzata da lacune e interrogativi irrisolti. Il fascicolo, precedentemente aperto a carico di persone ignote, viene ora indagato ipotizzando il reato di omicidio volontario. Questa nuova prospettiva mette seriamente in discussione la tesi del suicidio, formulata nell'immediatezza dei fatti accaduti nel marzo del 1995.
Il ruolo chiave del maresciallo Lombardo
Il maresciallo Antonino Lombardo non era un semplice sottufficiale. Era considerato un investigatore di punta del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale). La sua figura era strettamente legata a quella del giudice Paolo Borsellino, di cui era uomo di fiducia. Inoltre, il suo operato fu determinante per la cattura del noto boss mafioso Totò Riina.
Grazie alla gestione di una vasta rete di confidenti e collaboratori di giustizia, tra cui spicca il nome di Salvatore Cancemi, Lombardo era venuto in possesso di informazioni estremamente delicate. Queste riguardavano le stragi mafiose del 1992 e i segreti più reconditi di Cosa Nostra.
Il suo corpo fu ritrovato all'interno di una Fiat Tipo di servizio. Il ritrovamento avvenne nel cortile della caserma Bonsignore di Palermo. Accanto al corpo, fu rinvenuta una lettera d'addio. I familiari del maresciallo hanno sempre contestato l'autenticità di tale missiva. Hanno lamentato, nel corso degli anni, la mancata esecuzione di perizie calligrafiche e di un'autopsia completa.
La cattura di Riina e i meriti oscurati
Gli atti processuali e le motivazioni delle sentenze relative al procedimento Bagarella chiariscono in modo inequivocabile il ruolo cruciale giocato da Lombardo nella cattura di Riina. Spesso, tuttavia, il suo contributo è stato volutamente oscurato o minimizzato.
Già nel luglio del 1992, durante un'importante riunione operativa tenutasi presso la caserma di Terrasini con la presenza di ufficiali come Mori e De Caprio, a Lombardo fu affidato un compito specifico. Doveva attivare le sue fonti per raccogliere notizie utili alla ricerca del boss corleonese.
Grazie alla sua profonda conoscenza del territorio, in particolare delle aree di Cinisi e Terrasini, zone dove Bernardo Provenzano aveva radici profonde, il maresciallo riuscì a ottenere informazioni precise. Fu lui a riferire che la latitanza di Riina era protetta da Raffaele Ganci e dai fratelli Sansone dell'Uditore.
Questa soffiata si rivelò esatta e permise al ROS di organizzare la squadra catturandi. Come confermato dal generale Cagnazzo, l'individuazione del covo di via Bernini fu un risultato diretto delle notizie fornite da Lombardo. In una nota datata 29 luglio 1992, il maresciallo indicava con precisione i nomi dei favoreggiatori del latitante.
Rimane però un interrogativo fondamentale: perché molti ufficiali hanno cercato di accreditarsi il merito esclusivo dell'arresto? E perché non si optò per un pedinamento dell'auto di Riina, che avrebbe potuto condurre ai vertici della Cupola mafiosa?
Le incongruenze sollevate dai familiari
I figli del maresciallo Lombardo hanno presentato nel corso degli anni diversi esposti. In questi documenti hanno evidenziato gravi incongruenze nella ricostruzione ufficiale degli eventi. Una delle prime criticità riguarda la scena del crimine.
La posizione della mano che impugnava l'arma fu definita innaturale per un colpo sparato alla tempia. Si aggiunge l'assenza di testimoni oculari, nonostante il decesso sia avvenuto all'interno di una caserma affollata. Altro elemento di forte perplessità è la sparizione di oggetti di fondamentale importanza.
Tra questi figurano un'agenda personale, una borsa contenente documenti riservati e persino l'ogiva del proiettile rinvenuta nell'auto. Poco prima della sua morte, Lombardo avrebbe confidato alla moglie l'esistenza di un faldone. Questo faldone conteneva verità scottanti riguardanti la sua incolumità. Tale materiale non è mai stato ritrovato.
L'omicidio Brugnano e le rivelazioni di Brusca
Un elemento centrale nelle nuove indagini riguarda l'omicidio di Francesco Brugnano. Brugnano era un confidente del maresciallo Lombardo e fu ucciso pochi giorni prima della morte di quest'ultimo. Secondo le rivelazioni di Giovanni Brusca, negli ambienti mafiosi circolava con insistenza la voce che Brugnano fosse un "infame".
Questo termine veniva utilizzato per indicare un confidente dei carabinieri, e Brugnano era specificamente legato al maresciallo di Terrasini. Brusca ha spiegato come questo sospetto avesse profondamente scosso i vertici di Cosa Nostra. Molti iniziarono a credere che la cattura di Riina non fosse merito del pentito Balduccio Di Maggio, bensì di una soffiata gestita da Lombardo attraverso Brugnano.
Le dichiarazioni di Brusca, ricostruite nelle sentenze giudiziarie, chiariscono che il sospetto di tradimento gravava pesantemente su Brugnano. Lo stesso Brusca ha raccontato che si era deciso di prelevare l'imprenditore per interrogarlo. L'obiettivo era capire quanto avesse effettivamente riferito al maresciallo. Tuttavia, qualcuno lo aveva preceduto, eliminandolo brutalmente per impedirgli di parlare.
Brusca ha tuttavia escluso che Bernardo Provenzano avesse tradito Riina. Ha sostenuto che se lui o Bagarella avessero avuto il minimo dubbio, lo avrebbero ucciso senza esitazione. Il timore principale era che Brugnano potesse rivelare troppo. Per questo motivo, fu "ammutolito" prima che Brusca potesse interrogarlo direttamente.
I prossimi passi delle indagini
Il GIP ha stabilito un termine di sei mesi per il completamento di una serie di atti d'indagine. Questi comprenderanno sia accertamenti tecnici che testimoniali. Tra le attività previste vi è la riesumazione del corpo del maresciallo. Seguirà un'autopsia, che verrà eseguita per la prima volta dopo tanti anni.
Saranno inoltre condotte nuove consulenze balistiche. Queste riguarderanno la pistola di ordinanza e il caricatore in dotazione al maresciallo. L'indagine prevede anche l'esame testimoniale di figure chiave nel contesto investigativo dell'epoca. Tra queste figurano il generale Michele Riccio e il colonnello Giuseppe Arena.
L'obiettivo finale è stabilire con certezza la natura delle annotazioni del maresciallo. Si dovrà chiarire se si trattasse di semplici appunti raccolti da fonti confidenziali o di documentazione relativa ad atti investigativi. Questo è particolarmente importante dato il clima di sospetti e tradimenti che Brusca ha descritto nelle sue deposizioni.