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L'articolo analizza il rapporto tra Roberto Benigni e la Shoah, evidenziando il coraggio dell'artista nel trattare la tragedia attraverso l'umorismo. Si sottolinea come la sua opera dialoghi con il dolore senza negarlo.

Il coraggio di Benigni nel trattare la tragedia

Si osserva una curiosa tendenza nelle celebrazioni di Roberto Benigni. Spesso si tende a commemorare artisti come se fossero scomparsi. Questo approccio al passato è una tentazione comune nelle commemorazioni.

Figure come Bernardo Bertolucci e persino Arbore hanno usato il tempo imperfetto parlando di lui. Frasi come "Era bravissimo" o "Era un vero amico" sono frequenti.

Ricorda Troisi, che inscenò il proprio funerale in un film televisivo. Il titolo era "Morto Troisi, viva Troisi". Ogni celebrazione porta con sé un presagio.

L'umorismo come valvola di irrazionalità

I napoletani sono scaramantici, i toscani ancora di più. Per questo, ora si esclama "Vivo Benigni, viva Benigni". L'arte di Benigni invita alla risata.

A 15 anni, Benigni mostrava ispirazioni celebri. Lo sguardo un po' tonto di Stanlio e la virgola di basetta di Macario.

Tra questi comici, è cresciuto un artista. Figlio di contadini, con una parola eloquente come Dante e irriverente come l'Aretino.

"La vita è bella" oltre la tragedia

Il film "La vita è bella" è stato interpretato da alcuni come un'offesa alla tragedia. In realtà, va visto come un'opera di "post umorismo" coraggioso.

L'opera dialoga con il "Grande", con la tragedia, con il dolore che ha esaurito le lacrime. Benigni è Benigni per questo motivo.

Ha avuto il coraggio di affrontare la vita. Ha mantenuto aperta la "valvola dell'irrazionalità", cosa rara.

Quindi, "Viva Benigni", certamente. Ma si invita l'artista a godersi il successo, quasi a "scappare" con l'Oscar.

Fonte: Il Giorno, 22 marzo 1999