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Emma Dante celebra il Leone d'Oro alla Biennale Teatro con 'I fantasmi di Basile'. L'artista presenta nuove interpretazioni delle fiabe barocche di Giovan Battista Basile, mescolando grottesco, maschera e tradizione popolare.

Emma Dante e il fascino di Basile

La regista Emma Dante, insignita del Leone d'Oro alla Biennale Teatro 2026, ha svelato nuove creazioni teatrali. Queste opere traggono ispirazione dal 'Cunto de li cunti' di Giovan Battista Basile. Basile, scrittore napoletano vissuto tra il '500 e il '600, è considerato il padre della fiaba moderna. La sua raccolta presenta una struttura che ricorda il 'Decamerone' e la necessità di narrare storie quotidiane per sopravvivere, come in 'Mille e una notte'.

Le fiabe di Basile sono popolate da personaggi bizzarri e misteriosi. Fantasmi inquietanti animano situazioni inaspettate. La regista dichiara il suo profondo interesse per la narrazione visionaria di Basile. Essa contiene elementi grotteschi e figure sopra le righe, frequenti nel suo stesso teatro.

Questo linguaggio teatrale evoca l'uso della maschera. Alcune verità possono essere espresse solo attraverso di essa. La maschera può essere reale o immaginaria. Il pubblico ride, ma con una nota amara. Questa sensazione appartiene alla tradizione del sud Italia.

Le nuove fiabe prendono vita sul palco

Dopo un'introduzione su Giovan Battista Basile e il suo lavoro, lo spettacolo presenta due anziane centenarie. Esse vivono in una baracca sotto un castello. Il Re, attratto dalla voce seducente di una delle due, si innamora di lei. Crede che sia una giovane bellissima.

Due attori eccezionali interpretano questi ruoli femminili. I loro movimenti sono scomposti, con arti e corpo che sembrano faticare a coordinarsi. La difficoltà nel sedersi crea situazioni comiche. L'altra anziana spegne le illusioni della prima con un crudo realismo. Le due si succhiano il mignolo, un gesto per mantenere la promessa di mostrare al Re una mano giovane e liscia.

Questa scena ricorda un gioco di marionette. Corpo e parole seguono un ritmo sincopato. È una danza disarticolata, un contrappunto continuo, stentato e paradossale. Il ritornello «suca, suca!» accompagna l'azione.

Un re e galline, tra sogno e incubo

Successivamente, entra in scena un Re. Indossa una grande gonna per nascondere un incidente. Nel tentativo di pulirsi in un prato, usò piume di gallina. Da allora, le piume gli sono rimaste conficcate. Nonostante gli sforzi, stupore e divertimento dei cortigiani, non riesce a liberarsene.

I cortigiani offrono più aiuto verbale che pratico. La situazione si complica quando la gallina si risveglia. Il Re inizia una sorta di danza convulsa. Tra scosse e giravolte, viene portato via dalla musica. L'intermezzo, sostenuto da gorgheggi operistici settecenteschi, si trasforma in un balletto di figure fiabesche.

Queste figure sembrano sfumate, quasi appartenenti a un sogno. O forse a un incubo. La danza, anche nei movimenti più scomposti, rimane un elemento distintivo. Segna questi lavori e la recitazione degli interpreti. Il senso di un ritmo e di volteggi continui collega le diverse scene.

Memoria e solitudine nell'ultima parte

La terza parte dello spettacolo, già presentata in precedenza da Emma Dante, narra la storia di un anziano. Il 2 novembre, giorno dei defunti, egli rievoca i suoi familiari scomparsi. Essi appaiono in fila, paradossalmente impiccati, come burattini appesi a un'asta.

L'anziano ricorda tutti: la sorellina morta a cinque anni, lo zio violento, il padre marinaio mai tornato, la madre che lo attese per cinquant'anni al porto. «Parlo, parlo, ma a chi parlo?» si interroga, accendendo un cero per ognuno. «La solitudine mi consuma l'anima», confida, desiderando spegnersi come una candela. Lentamente, si accascia e muore su una sedia.

Questa scena finale evoca una malinconia colorata e poetica. Rappresenta un passaggio verso una condizione più pacifica. Gli interpreti principali sono Carmine Maringola, sempre eccellente e intrinsecamente legato allo stile 'dantesco', e i fratelli Davide e Simone Mazzella.