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Lo psicologo Matteo Lancini sostiene che i social media siano un comodo capro espiatorio per la violenza giovanile. La vera causa risiede nella difficoltà dei ragazzi di esprimere emozioni negative, un problema che gli adulti dovrebbero affrontare attivamente.

La violenza giovanile e il ruolo dei social

La recente aggressione a una docente nella scuola media di Trescore Balneario ha riacceso il dibattito sulla violenza tra i giovani. Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro, interviene con una prospettiva critica. Egli ritiene che attribuire ai social media la responsabilità di tali atti sia una scorciatoia per evitare di affrontare le vere cause del disagio giovanile.

Secondo Lancini, il problema fondamentale risiede nell'incapacità dei ragazzi di comunicare emozioni disturbanti. Paura, tristezza e rabbia, se non gestite adeguatamente, possono sfociare in comportamenti violenti, sia verso sé stessi che verso gli altri. L'uso dei social network, in questo contesto, diventa un facile bersaglio per deviare l'attenzione da questioni più profonde.

“Attribuire alla rete la responsabilità di avvenimenti come questo è un modo per non fare nulla per cambiare le cose,” afferma Lancini. La sua analisi punta il dito contro una società che, invece di aiutare i giovani a elaborare le proprie emozioni, cerca capri espiatori esterni. Questo approccio impedisce di implementare soluzioni concrete per prevenire futuri episodi di violenza.

L'incapacità di comunicare emozioni

L'episodio di Trescore Balneario, in cui uno studente di 13 anni ha accoltellato la professoressa Chiara Mocchi, evidenzia un malessere diffuso. Lancini sottolinea come sempre più giovani fatichino a esprimere emozioni negative. Queste emozioni, se non canalizzate correttamente, rischiano di trasformarsi in azioni violente. L'episodio ricorda dinamiche già osservate negli Stati Uniti, caratterizzate da un intento vendicativo premeditato, frutto di una profonda disperazione.

La difficoltà dei ragazzi nel comunicare i propri sentimenti affonda le radici in una società adulta che spesso non è in grado di accogliere queste emozioni. Invece di ascoltare e comprendere, molti adulti tendono a colpevolizzare i social media, gli smartphone, la musica o i videogiochi. Lancini definisce questa tendenza un “lava-coscienze collettivo”, un modo per evitare di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

“Molto spesso ai ragazzi non viene lasciata la possibilità di esprimere tali emozioni,” spiega lo psicologo. Gli adulti sono disposti ad ascoltare i giovani solo se le loro espressioni emotive non risultano “disturbanti”. Di fronte alla paura, alla tristezza o alla rabbia, la reazione comune è quella di cercare un colpevole esterno, piuttosto che offrire supporto e comprensione. Questo meccanismo, secondo Lancini, è profondamente dannoso e contribuisce all'escalation della violenza.

I social come capro espiatorio

Lancini è categorico nel definire i social media un “capro espiatorio”. La loro colpevolizzazione è una strategia comoda che permette di evitare un'analisi più complessa del fenomeno. La violenza giovanile non nasce dall'uso di internet, ma dalla mancanza di canali comunicativi efficaci per esprimere emozioni intense e spesso negative. La rete, in questo senso, diventa un facile bersaglio per giustificare l'inazione.

“Il punto è che la causa non è il web ma risiede nelle emozioni che non vengono espresse,” ribadisce lo psicologo. La società attuale sembra aver perso la capacità di affrontare e gestire le emozioni disturbanti. Questo disinvestimento emotivo da parte degli adulti rende i giovani ancora più isolati e incapaci di trovare vie d'uscita non violente.

La tendenza a delegare la responsabilità ai social media è pervasiva. Lancini la definisce “incredibile”, poiché distoglie l'attenzione dal vero nodo del problema: la gestione delle emozioni e la qualità delle relazioni interpersonali. Se i social fossero davvero la causa principale, basterebbe spegnerli. Il fatto che la violenza continui a manifestarsi, anche in assenza di un uso massiccio di queste piattaforme, dimostra la fallacia di questa interpretazione.

Le conseguenze di un'emotività inespressa

La mancata espressione delle emozioni ha conseguenze gravi. Gli adulti perdono credibilità agli occhi dei giovani, incapaci di offrire risposte adeguate al loro disagio. La crescente diffusione di coltelli tra i ragazzi, anche in contesti socio-economici non svantaggiati, è un segnale allarmante. Allo stesso modo, i fenomeni di autolesionismo, i tagli e i suicidi tra i giovanissimi indicano un profondo malessere.

Questi comportamenti estremi derivano dalla difficoltà di legittimare e comunicare emozioni come la rabbia, che viene spesso confusa con la violenza fine a sé stessa. La società attuale non facilita la discussione aperta su questi temi. Le emozioni disturbanti richiedono adulti capaci di accoglierle, non di reprimerle o giustificarle con fattori esterni.

Inoltre, Lancini evidenzia come i modelli sociali attuali tendano a svalutare la vita altrui e a promuovere un forte individualismo. Questo clima generale, aggravato da contesti di guerra e violenza globale, contribuisce a un senso di insensibilità e disperazione che può manifestarsi in modi drammatici. La violenza, in questo scenario, diventa una forma estrema di comunicazione in un mondo che sembra aver perso la capacità di ascolto.

Proposte per migliorare la situazione

Per invertire la rotta, Lancini invoca una maggiore consapevolezza da parte degli adulti. La mancanza di figure adulte significative, capaci di parlare apertamente delle emozioni, porta i ragazzi a cercare giustificazioni esterne per il proprio malessere. La società attuale, con il suo individualismo e la sua tendenza a delegare responsabilità, crea un ambiente ostile all'espressione emotiva.

Lo psicologo suggerisce un approccio pratico e quotidiano. Durante i pasti, gli adulti dovrebbero avviare conversazioni con i ragazzi su eventi come quello accaduto a Trescore Balneario. È fondamentale chiedere loro cosa ne pensano, se hanno mai provato emozioni simili, come la rabbia verso un insegnante. Questi argomenti, pur essendo parte della quotidianità, vengono spesso evitati per timore di legittimare tali sentimenti.

“Sono argomenti che fanno parte della quotidianità, ma non vengono mai affrontati perché si crede che verrebbero legittimati invece è esattamente il contrario,” afferma Lancini. Affrontare apertamente le emozioni, anche quelle negative, è l'unico modo per renderle gestibili e per offrire ai giovani strumenti validi per affrontarle. Ignorarle o delegarle a fattori esterni come i social media non fa altro che peggiorare la situazione.

In conclusione, la violenza giovanile è un sintomo di un disagio più profondo, legato alla difficoltà di esprimere e gestire le emozioni in una società che spesso non offre i giusti supporti. I social media sono un comodo alibi, ma la vera sfida risiede nella capacità degli adulti di creare un ambiente in cui i giovani si sentano liberi di esprimere il proprio mondo interiore, senza timore di giudizio o rifiuto. Solo così si potrà sperare di costruire un futuro meno violento.