Don Alì, tiktoker torinese, è stato condannato a due anni di carcere per l'aggressione a un maestro. La sentenza di primo grado ha inflitto pene anche ai suoi complici. L'episodio risale all'ottobre scorso.
Condanna Don Alì: 2 anni per il "re dei maranza"
Il tribunale di Torino ha emesso una sentenza di primo grado nei confronti di Alì Said, noto come Don Alì. Il giovane, 25 anni, è stato condannato a due anni di reclusione. La pena è stata inflitta per il reato di stalking. L'episodio specifico riguarda un agguato a un maestro di una scuola elementare. La vittima insegna presso l'istituto delle suore Immacolatine. La scuola si trova in via Vetignè, nel capoluogo piemontese. L'aggressione è avvenuta lo scorso ottobre. La notizia è stata riportata da TorinoToday.
Don Alì è una figura nota sui social media, in particolare su TikTok. Viene spesso definito il "re dei maranza". Questo soprannome si riferisce a un fenomeno giovanile urbano. Il processo si è concluso oggi, 25 marzo 2026. La sentenza ha riguardato anche i due complici di Don Alì. Uno dei complici, nato nel 1998, ha ricevuto una condanna a dieci mesi. L'altro complice, nato nel 2001, è stato condannato a un anno. La difesa aveva chiesto la riqualificazione del reato. L'avvocata Federica Galante rappresentava gli imputati. La richiesta era di considerare l'episodio come minacce, anziché stalking.
Reazione in aula e precedenti di Don Alì
Al momento della lettura della sentenza, Don Alì ha avuto una reazione veemente. Ha sbotatto contro la giudice. Quest'ultima ha prontamente redarguito il giovane. La sua condotta in aula è stata giudicata inaccettabile. Per essere presente all'udienza, Don Alì è stato trasferito dal carcere di Aosta. Attualmente sta scontando altre condanne. Le pene precedenti superano i cinque anni di reclusione. Questo indica un suo pregresso coinvolgimento in attività illecite. La sua presenza in tribunale è avvenuta sotto scorta. La vicenda giudiziaria si arricchisce di questi dettagli. La gravità delle accuse è sottolineata dai precedenti penali.
La giudice ha gestito la situazione con fermezza. La reazione di Don Alì ha evidenziato la sua difficoltà nell'accettare la condanna. La sua figura pubblica, costruita sui social, sembra scontrarsi con la realtà giudiziaria. Le indagini sono state condotte dalla squadra mobile di Torino. Il sostituto procuratore Roberto Furlan aveva inizialmente richiesto pene inferiori. La sentenza finale ha quindi superato le richieste dell'accusa. Questo suggerisce una valutazione più severa dei fatti da parte del collegio giudicante. La giustizia ha seguito il suo corso.
Risarcimento danni e ruolo dei complici
Oltre alle pene detentive, i ragazzi condannati dovranno versare un risarcimento. Devono corrispondere una provvisionale di 5mila euro al maestro aggredito. Il maestro si è costituito parte civile nel processo. È stato assistito dall'avvocato Davide Noviello. La provvisionale rappresenta una somma immediata. Ulteriori risarcimenti, potenzialmente più consistenti, potranno essere stabiliti in un separato processo civile. Le suore Immacolatine, rappresentate dall'avvocato Davide Salvo, sperano anch'esse di ottenere un risarcimento. La scuola è stata parte lesa nell'episodio. La loro richiesta si aggiunge a quella del maestro.
Per i due complici di Don Alì, le pene sono state sospese. Hanno beneficiato della condizionale. Questo significa che, se rispetteranno determinati requisiti, non dovranno scontare la pena. Fino ad oggi, entrambi erano sottoposti all'obbligo di firma. Dovevano presentarsi una volta a settimana presso le autorità competenti. Questo misura cautelare testimonia la loro minore pericolosità rispetto a Don Alì. La sentenza riconosce comunque la loro partecipazione all'aggressione. La loro posizione è stata valutata diversamente dal tribunale.
L'agguato e la viralità sui social
L'episodio clou si è verificato in via Vestignè. Don Alì, insieme ai suoi due amici, ha atteso il maestro. La vittima era in compagnia della figlia. L'aggressione è avvenuta in strada, a pochi passi dalla scuola. Don Alì ha avvicinato il maestro e lo ha minacciato. Tutto questo è stato ripreso con un cellulare. Il video è stato poi pubblicato sui social network. In breve tempo, è diventato virale. La diffusione sui social ha amplificato l'eco dell'evento. Ha attirato l'attenzione delle forze dell'ordine. La natura pubblica dell'aggressione ha contribuito alla sua rapida diffusione.
A novembre 2025, Don Alì è stato fermato dalla polizia. Durante l'interrogatorio di garanzia, ha ammesso parzialmente le sue responsabilità. Ha dichiarato: «Sono state inventate tante cose su di me, ma è vero: noi (lui e gli amici, ndr) abbiamo fatto quella roba là». Ha quindi confermato di aver partecipato all'aggressione. Ha ammesso di aver minacciato l'insegnante davanti alla figlia. Non ha mai mostrato pentimento. Ha cercato di giustificare il suo gesto come parte del suo "personaggio" sui social. Ha affermato: «Signor giudice, è il mio personaggio. È quasi tutto finto, io voglio fare ridere sui social». Questa dichiarazione è stata riportata da TorinoToday.
La presunta motivazione dell'aggressione
Secondo quanto dichiarato dagli imputati, l'aggressione sarebbe stata commissionata. A chiedere di realizzare l'agguato sarebbe stato il compagno della mamma di un allievo del maestro. La motivazione sarebbe stata un "avviso". Questo "avviso" era destinato a un rimprovero subito dal bambino. La procura, tuttavia, non ha trovato riscontri a questa versione. Le indagini non hanno confermato questa ipotesi. La versione fornita dagli imputati appare quindi poco credibile. La giustizia ha ritenuto che la responsabilità fosse principalmente dei giovani coinvolti. La ricerca di un mandante esterno non ha prodotto risultati concreti. La vicenda rimane incentrata sull'azione diretta di Don Alì e dei suoi complici.
La scuola delle suore Immacolatine si trova in una zona residenziale di Torino. L'episodio ha destato preoccupazione tra i genitori e il personale scolastico. La sicurezza degli insegnanti è un tema sempre più dibattuto. La diffusione di video di aggressioni sui social media solleva interrogativi sul ruolo di queste piattaforme. La pressione sociale e la ricerca di visibilità possono portare a comportamenti estremi. La sentenza di oggi rappresenta un monito. Sottolinea le conseguenze legali di azioni violente, anche se mascherate da "personaggi" o "scherzi". La giustizia ha ristabilito un confine chiaro tra intrattenimento e reato.