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La Corte d'appello di Torino ha emesso condanne per Stefano Millesimo e Sara Munari, figure chiave del centro sociale Askatasuna. I due, insieme a un altro antagonista, sono stati riconosciuti colpevoli per gli scontri avvenuti nel 2022 davanti all'Unione Industriale. La sentenza ribalta l'assoluzione di primo grado, infliggendo pene detentive.

Appello Ribalta Sentenza Primo Grado su Scontri

La Corte d’appello di Torino ha emesso una nuova sentenza. Sono stati condannati Stefano Millesimo e Sara Munari. Entrambi sono considerati leader del centro sociale Askatasuna. La pena inflitta è di cinque mesi e dieci giorni di carcere. Un terzo antagonista ha ricevuto la stessa condanna. Questo verdetto arriva dopo che, in primo grado, i tre erano stati assolti. L'accusa riguardava l'assalto all'Unione Industriale di Torino. I fatti risalgono al 18 febbraio 2022. La decisione odierna, 25 marzo 2026, modifica significativamente l'esito iniziale del processo.

Il sostituto procuratore Paolo Scafi aveva richiesto una pena maggiore. Per tutti e tre, la sua richiesta era di un anno e un mese di reclusione. La procura aveva quindi puntato a una condanna più severa. Gli avvocati difensori, Claudio Novaro e Valentina Colletta, avevano invece sostenuto la tesi dell'assoluzione. Avevano chiesto alla Corte d'appello di confermare l'esito del primo grado. La loro istanza mirava anche a ridurre le pene per altri otto imputati. Questi ultimi erano stati condannati nel 2023 dal tribunale. Le loro pene variavano tra i cinque e i nove mesi di carcere. La Corte d'appello non ha accolto le richieste della difesa.

Le ipotesi di reato per cui i tre sono stati condannati sono varie. Si parla di lesioni e resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Questi capi d'accusa sono legati direttamente agli eventi del 18 febbraio 2022. La sentenza di appello segna un punto di svolta nel caso. La giustizia ha quindi ritenuto sussistente la responsabilità penale dei leader di Askatasuna. La decisione è stata accolta con reazioni contrastanti. Le parti civili e la procura esprimono soddisfazione. La difesa annuncia possibili ricorsi.

Contesto della Protesta: Alternanza Scuola-Lavoro

Quel giorno, a Torino, la città fu teatro di una grande manifestazione. Centinaia di studenti universitari parteciparono a un corteo. La protesta era contro il sistema di alternanza scuola-lavoro. Questo movimento era nato in seguito a tragici eventi. Si ricordano le morti di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci. Questi studenti persero la vita durante attività legate all'alternanza. La loro scomparsa aveva acceso un forte dibattito pubblico. Il corteo si diresse verso la sede dell'Unione Industriale. Quest'ultima era vista come un simbolo del sistema contestato. L'alternanza scuola-lavoro è spesso criticata per le condizioni di precarietà.

In piazza XVIII Dicembre, la situazione degenerò. Una parte dei manifestanti si avvicinò alla sede dell'Unione. Tentativi di forzare il cancello d'ingresso furono registrati. Diversi individui lanciarono oggetti contro la palazzina. Tra questi, fumogeni e petardi. Le forze dell'ordine erano presenti per mantenere l'ordine pubblico. I carabinieri si schierarono davanti al varco d'accesso. Alcuni manifestanti colpirono i militari con delle aste. Questi gesti furono parte della resistenza ai tentativi di irruzione. Sette militari riportarono lesioni. Le loro prognosi mediche arrivarono fino a 10 giorni. I danni fisici, seppur non gravissimi, testimoniarono la violenza degli scontri.

Il contesto della protesta era quindi legato a una forte indignazione. La morte di giovani studenti aveva creato un clima di forte tensione. L'Unione Industriale era vista come un attore chiave nel promuovere l'alternanza. La critica si concentrava sulla sua presunta responsabilità. Si accusava l'istituzione di favorire un sistema che metteva a rischio la sicurezza dei giovani. La manifestazione, iniziata pacificamente, vide quindi un'escalation di violenza. L'azione contro la sede dell'Unione fu interpretata come un atto di protesta estrema. La giustizia ha ora valutato la gravità di tali azioni.

Le Difese e le Dichiarazioni in Aula

Durante il processo di primo grado, gli imputati offrirono una prospettiva diversa. Le loro dichiarazioni in aula cercarono di ridimensionare la gravità degli eventi. Parlarono di una “violazione simbolica”. L'intenzione, secondo loro, era quella di dimostrare pubblicamente la possibilità di aprire le porte. Porte di un'istituzione considerata un “nemico politico”. L'Unione Industriale era accusata di aver sponsorizzato l'alternanza scuola-lavoro. Era vista anche come promotrice di criteri di ammissione all'esame legati a questa modalità. La difesa cercò di dipingere l'azione come un gesto dimostrativo, non violento.

Una studentessa, rispondendo alle domande della procura, chiarì la strategia. Affermò che non avevano mai considerato di entrare nell'edificio. Se l'intenzione fosse stata di incendiare la struttura, la dinamica sarebbe stata differente. Questa testimonianza mirava a escludere l'intento distruttivo o criminale. La difesa puntò a dimostrare l'assenza di dolo specifico. Si cercò di distinguere tra protesta e atto criminale. Le parole pronunciate da Sara Munari furono al centro del dibattito in appello. Il sostituto procuratore Paolo Scafi le citò in udienza. Le definì frasi urlate al megafono durante gli scontri. Frasi come: «Se continuerete a farci morire, vi butteremo giù i palazzi». E ancora: «Non ci facciamo intimidire dalla polizia. Grandi raga, dimostriamo grande determinazione». E infine: «Avevamo detto che li facevamo tremare sulle loro poltrone e l’abbiamo fatto».

L'avvocato Claudio Novaro contestò l'interpretazione di queste frasi. Le definì “frasi urlate al mondo”. Sostenne che non si poteva dimostrare che avessero suggestionato i protagonisti degli scontri. Iniziati, a suo dire, ben prima che Munari parlasse. L'avvocata Valentina Colletta aggiunse un ulteriore elemento. Dichiarò che il cancello dell'Unione si era aperto in modo inaspettato durante il corteo. Questo dettaglio, se confermato, potrebbe cambiare la percezione dell'azione. La difesa ha quindi cercato di smontare l'accusa di istigazione e partecipazione attiva.

Reazioni e Conseguenze Legali

L'arresto degli imputati, avvenuto in seguito agli scontri, aveva suscitato reazioni. Le mamme di alcuni di loro organizzarono una conferenza stampa. Definirono le misure cautelari come “sproporzionate”. Sottolinearono la presunta ingiustizia della detenzione preventiva. Questa presa di posizione evidenziò il sostegno di parte della comunità. La vicenda assunse anche una dimensione sociale e politica. Le mamme chiesero un riesame delle accuse. Evidenziarono la giovane età degli imputati e il contesto della protesta.

In tribunale, il sostituto procuratore Paolo Scafi espresse il suo disaccordo con la sentenza di primo grado. Dichiarò: «Non è condivisibile la sentenza di primo grado, che ha escluso per Munari il concorso morale». Scafi ribadì la sua posizione davanti ai giudici. Sottolineò il ruolo di Sara Munari come leader. La sua influenza sui manifestanti fu ritenuta determinante. La procura ha quindi lavorato per ottenere una condanna in appello. La sentenza odierna conferma la linea sostenuta dall'accusa. La condanna per lesioni e resistenza aggravata è stata quindi ritenuta fondata.

La decisione della Corte d'appello di Torino chiude un capitolo giudiziario. Tuttavia, la vicenda potrebbe non essere ancora conclusa. La difesa potrebbe valutare ulteriori ricorsi. La sentenza apre anche un dibattito sulla proporzionalità delle pene. E sul confine tra protesta legittima e reato. Il caso Askatasuna continua a far discutere. Le implicazioni sociali e politiche della sentenza sono significative. La giustizia ha emesso il suo verdetto. Resta da vedere come evolverà la situazione nei prossimi mesi.