L'ex procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, ha lanciato il suo primo romanzo, 'Due sassi nello stagno', a Terlizzi. L'opera esplora la vita di un giovane magistrato negli anni '70, affrontando le sfide investigative e la solitudine dell'epoca.
Un giallo che racconta una generazione di magistrati
L'ex procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, ha esordito nella narrativa con il suo primo libro. L'opera si intitola 'Due sassi nello stagno'. Le 140 pagine costano 16 euro. La casa editrice è Edizioni Radici Future. Il libro è stato presentato nella sala consiliare del comune di Terlizzi. L'evento è stato organizzato dalla libreria Un panda sulla Luna. Pasquale Vitagliano ha partecipato alla presentazione.
Il romanzo non si limita a essere un semplice giallo. Descrive la formazione di un giovane magistrato. Questo giudice si ritrova sradicato dal suo paese del sud. L'ambientazione è a cavallo degli anni '70. Viene catapultato a indagare su un doppio omicidio. Le vittime sono due ragazze. Il delitto avviene in un piccolo paese del nord. Il protagonista affronta la situazione senza preparazione.
Deve rimediare ai danni causati da un procuratore incompetente. Deve anche ricomporre i conflitti tra le diverse forze di polizia. Soprattutto, deve agire da solo. Questa è la cornice di 'Due sassi nello stagno'. Il libro, però, offre molti altri spunti di riflessione.
La solitudine e le sfide investigative dell'epoca
Giuseppe Volpe ha spiegato l'essenza del suo libro. «L'essenza del libro è nel sottotitolo», ha dichiarato. Il sottotitolo è «Anatomia di un giovane giudice». L'autore ha sottolineato cosa lo premeva di più raccontare. Non era tanto la soluzione del mistero. Era importante il racconto personale del magistrato. Voleva mostrare come lavorava per raccogliere le prove. Il contesto era privo di tecnologia. Non esistevano ancora le intercettazioni. Nemmeno i pentiti erano una risorsa.
L'autore era interessato a narrare la solitudine. Questa solitudine caratterizza in modo permanente lo stato d'animo del giovane protagonista. Il magistrato è catapultato a mille chilometri da casa. Si trova in un tranquillo paese del nord. La storia si svolge sulle rive di un lago. I due omicidi rappresentano i sassi. Questi sassi smuovono le acque della tranquillità del luogo.
La vicenda narrata diventa un pretesto. Serve per riflettere sulla condizione di un'intera generazione di magistrati. Volpe ha ricordato la definizione di Cossiga. Li definì «i giudici ragazzini». Questi magistrati sono nati attorno agli anni '50. Tra loro c'era Rosario Livatino. Fu ucciso dalla mafia. C'era anche Armando Spataro. Lo stesso autore appartiene a quella generazione.
Questi giovani giudici venivano mandati a coprire posti vacanti al nord. Si trovavano in contesti difficili. Non avevano una formazione adeguata. L'Italia era attraversata dal terrorismo in quegli anni. La storia mette in luce le difficoltà di quel periodo.
Il protagonista e la nostalgia del passato
Il protagonista del romanzo si chiama Roberto Gatti. Viene descritto come un giovane «ombroso, taciturno, timido». Deve risolvere due casi molto difficili. Può contare su qualche collega. Ha anche l'aiuto di due giovani avvocati. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, è solo. Tra i ricordi e la nostalgia, si pone spesso una domanda.
«Ma che ci faccio io qui?», si chiede il protagonista. Giuseppe Volpe spera che il suo libro venga letto da giovani colleghi. «Spero che anche qualche giovane collega legga il libro», ha affermato. Vuole che vedano come si facevano le indagini una volta. Si facevano senza pentiti. Si utilizzavano pochi mezzi tecnologici. L'intuito era la risorsa principale.
Il romanzo offre uno spaccato di un'epoca. Mostra le sfide affrontate dai magistrati. Evidenzia l'importanza della dedizione e della solitudine. Il libro è un omaggio a una generazione di servitori dello Stato. La presentazione a Terlizzi ha riscosso interesse. Ha offerto l'opportunità di riflettere sul passato della giustizia italiana.