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Stop alle centrali a carbone: le ONG si oppongono

Diverse organizzazioni non governative italiane hanno manifestato la loro netta opposizione alla proposta di prolungare l'operatività delle centrali a carbone nel Paese fino al 2038. La decisione, contenuta in un emendamento al cosiddetto Decreto Bollette, è stata definita grave e in contrasto con gli impegni climatici presi dall'Italia.

Le ONG, tra cui Forum Diseguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF, hanno sottolineato come questa mossa contraddica le strategie energetiche precedentemente definite. La Strategia Energetica del 2017 e il più recente Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (Pniec) prevedevano infatti una uscita dal carbone entro il 2025.

Discontinuità istituzionale e credibilità internazionale

Secondo le organizzazioni, smentire ora queste scelte rappresenta una forte discontinuità istituzionale. Tale inversione di rotta mina la credibilità dell'Italia sia nei confronti degli operatori economici che dei cittadini e delle istituzioni europee. L'emergenza energetica, invocata come giustificazione per il prolungamento dell'uso del carbone, viene considerata una scelta strumentale, priva di fondamento tecnico.

Le ONG ribadiscono che la sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi si ottengono accelerando la transizione verso le energie rinnovabili, i sistemi di accumulo, l'efficienza energetica e le reti moderne. L'utilizzo continuato di fonti fossili altamente inquinanti è visto come un passo indietro.

Alternative concrete per la sicurezza energetica

Le organizzazioni evidenziano come l'Italia possa ridurre significativamente la propria dipendenza dal gas. Attraverso investimenti mirati nelle energie rinnovabili, nell'efficienza energetica e nei sistemi di accumulo, sarebbe possibile diminuire l'importazione di gas, anche da fonti come il Qatar, dell'85% in un solo anno. Questo permetterebbe di evitare il ricorso al carbone e la stipula di nuovi contratti per il gas fossile o la costruzione di nuove infrastrutture.

Si chiede quindi un ripensamento della proposta da parte del governo e un voto contrario in Parlamento. Le ONG auspicano piuttosto un riallineamento delle politiche energetiche agli impegni internazionali, alle normative vigenti e ai principi costituzionali, al fine di prevenire rischi ambientali, economici e giuridici per il Paese.

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