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Daria Deflorian presenta a Bologna uno spettacolo ispirato al romanzo "Non dico addio" della premio Nobel Han Kang. L'opera, intitolata "Che dolore terribile è l'amore", esplora la memoria e l'orrore della repressione di Jeju con un approccio poetico e intenso.

Deflorian porta in scena "Non dico addio"

L'attrice Daria Deflorian ha portato sul palco di Bologna uno spettacolo teatrale di grande impatto emotivo. L'opera, intitolata «Che dolore terribile è l'amore», trae ispirazione da uno dei romanzi più significativi e inquietanti della premio Nobel sudcoreana Han Kang. Si tratta di «Non dico addio», pubblicato in Italia da Adelphi.

Questo lavoro giunge a due anni di distanza da un precedente omaggio dell'artista alla stessa scrittrice, quando Deflorian aveva già portato in scena «La vegetariana», altro celebre romanzo della Kang. La nuova produzione si distingue per la sua delicatezza, intensità e una profonda carica poetica, capace di toccare corde emotive profonde nello spettatore.

La pièce, dopo aver debuttato con successo al Festival di Avignone durante l'estate, ha incontrato il favore del pubblico italiano. La tappa bolognese si è svolta presso l'Arena del Sole, registrando un'accoglienza calorosa e prolungati applausi. Il tour proseguirà con repliche a Milano, Roma e Madrid, confermando l'interesse per questo particolare connubio tra teatro e letteratura.

La scena: essenzialità e simbolismo

L'allestimento scenico è caratterizzato da una notevole essenzialità, quasi spoglio, con pochi elementi simbolici che guidano lo sguardo dello spettatore. La presenza di vari tronchi d'albero neri e una gabbietta arancione in lontananza sembrano evocare immediatamente l'atmosfera del racconto. Questi elementi visivi preparano il terreno per una narrazione che affronta con leggerezza apparente il complesso percorso della protagonista, Gyeong-ha.

La sua discesa si muove tra i confini labili della memoria e del sogno. Il fulcro narrativo si lega all'orrore della sanguinosa repressione della rivolta dell'isola di Jeju. Questo tragico evento storico, avvenuto nel 1948, vide il massacro di circa trentamila persone, inclusi numerosi bambini. La violenza fu perpetrata dai militari della Corea del Sud, con il tacito consenso delle forze americane, in un periodo segnato dalla divisione della Corea.

La messa in scena riesce a inserire questo racconto di atrocità, fucilazioni e fosse comuni all'interno di una cornice di rara delicatezza umana. Parallelamente, viene rappresentata una natura potente e a tratti selvaggia, con tempeste di neve e un vento incessante che soffia con forza, quasi a riflettere il tumulto interiore dei personaggi e la durezza del contesto storico.

Il viaggio di Gyeong-ha e la memoria collettiva

La protagonista, Gyeong-ha, si trova ad affrontare questa realtà avversa e impegnativa. La sua visita sull'isola, in una sera di tempesta, ha lo scopo di raggiungere la casa isolata di un'amica, In-seon. Quest'ultima, una film maker, è stata ricoverata in ospedale a Seul a seguito di un incidente e sta affrontando cure mediche dolorose. In-seon ha implorato Gyeong-ha di recarsi urgentemente a prendersi cura del suo amato uccellino.

Tuttavia, all'arrivo di Gyeong-ha, l'uccellino, simbolo di fragilità e dipendenza, verrà trovato morto. Questo evento segna un punto di svolta, intensificando il senso di perdita e isolamento. I tronchi neri, elementi scenici ricorrenti, sembrano rimandare a un'immagine onirica, legata a un cimitero sul mare. In questo sogno, l'acqua minaccia di sommergere le tombe e le onde portano via i corpi, un'immagine potente di oblio e distruzione.

Questo sogno è ricorrente per Gyeong-ha, quasi a voler dare voce a ricordi che la sua memoria cosciente ha tentato di cancellare. Tali ricordi riaffiorano come spettri durante una notte di bufera, trascorsa nella casa dell'amica. La casa, che include anche una falegnameria dove In-seon ama lavorare creando mobili, apparteneva alla madre di quest'ultima. La madre, interpretata da Maria Grazia Mandruzzato, aveva familiari tra le vittime dei tragici eventi di Jeju.

Ricostruire il passato per non dimenticare

In una sorta di annullamento del tempo, riaffiorano ricordi personali e quelli di altre persone coinvolte. Documenti vengono ritrovati, e le due amiche, Gyeong-ha e In-seon, si ritrovano unite nel tentativo di ricostruire il passato e di preservarne la memoria. La Deflorian, dopo aver accennato a questi complessi intrecci narrativi, chiude lo spettacolo in modo quasi improvviso, sottolineando un messaggio universale: l'importanza fondamentale di essere presenti l'uno per l'altro, in un semplice ma potente «io e te».

L'opera inizia con un gioco metateatrale. Le attrici, Daria Deflorian nel ruolo di Gyeong-ha e Monica Piseddu in quello di In-seon, dialogano apertamente sul libro che ha dato origine allo spettacolo. Questo espediente mira a creare una sorta di identificazione tra le attrici stesse e i personaggi che interpretano. L'intento è quello di costruire una narrazione che si basa su frammenti, suggestioni e frasi evocative, piuttosto che su una trama lineare di accadimenti.

La drammaturgia si configura come un mosaico di momenti, una tessitura di suggestioni che mirano a stimolare la riflessione dello spettatore. La recitazione, caratterizzata da una notevole leggerezza, ricorda la musicalità e l'essenzialità dei versi poetici. Questa scelta stilistica permette di restituire autenticità al percorso personale dei personaggi e di esaltare la forza tragica della storia narrata, rendendo il teatro uno strumento potente per affrontare temi storici e umani di grande rilevanza.

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