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A Rimini, la Procura ha richiesto l'ergastolo per un ex vigile urbano e 22 anni per un complice nel caso della morte di Domenico Montanari. La vicenda ruota attorno a due versioni contrastanti: omicidio premeditato o suicidio dettato dalla disperazione.

Omicidio o suicidio: le due versioni

La morte di Domenico Montanari, titolare dell'Antica Macelleria Bandini, avvenuta nel luglio 2019, è al centro di un acceso dibattito giudiziario. Il corpo fu rinvenuto nel laboratorio in corso Matteotti. Le indagini hanno delineato due scenari contrapposti. La Procura sostiene la tesi dell'omicidio premeditato. Di conseguenza, il pubblico ministero Angela Scorza ha avanzato richieste di condanna severe. Sono stati chiesti l'ergastolo per l'ex vigile urbano Gian Carlo Valgimigli, 57 anni. Inoltre, sono stati richiesti 22 anni di reclusione per Daniel Mullaliu, 33 anni, cittadino albanese.

Le difese, invece, propendono per la spiegazione più semplice. Ritengono che si sia trattato di un suicidio, una conclusione già emersa in un precedente procedimento. In quel contesto, l'ex vigile aveva patteggiato una pena per morte come conseguenza di un reato di usura. Questa versione del suicidio è stata messa in discussione dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia.

Le rivelazioni del pentito e la richiesta di condanna

A rimettere in discussione la tesi del suicidio sono state le confidenze di Antonio Barra. Quest'ultimo è un detenuto che ha condiviso la cella con Valgimigli nel carcere di Ferrara nel 2019. I legali delle difese hanno definito Barra un «truffatore». La richiesta di condanna avanzata dalla Procura rappresenta un vero colpo di scena. Questo cambio di rotta avviene dopo un'iniziale richiesta di archiviazione delle indagini. Le indagini erano riprese nel dicembre 2022, a seguito delle rivelazioni di Barra.

All'epoca, la Procura non aveva trovato elementi sufficienti per sostenere un'accusa. Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari Janos Barlotti aveva disposto l'imputazione coatta. Questo ha dato il via al processo attuale. Il pubblico ministero ha commentato che questo esito è stato «fortunatamente» positivo. Il dibattimento avrebbe infatti modificato il quadro probatorio. La testimonianza di Barra, pur definita «iperbolica» e «provocatoria», è stata ritenuta «credibile e coerente». Costituirebbe, quindi, una prova fondamentale.

La ricostruzione dell'accusa: movente e dinamica

Secondo la ricostruzione della Procura, il movente dell'omicidio sarebbe legato a debiti. Domenico Montanari avrebbe smesso di pagare Valgimigli. L'ex vigile avrebbe quindi pianificato di acquisire la macelleria. Per farlo, avrebbe indotto Montanari a vendere la sua casa. L'obiettivo era liquidare la quota del socio. Tuttavia, il macellaio avrebbe cambiato idea. Avrebbe persino considerato di denunciare l'usuraio, firmando così la propria condanna a morte.

Il pubblico ministero ha sottolineato che Barra non avrebbe potuto conoscere tali dettagli se non direttamente da Valgimigli. L'accusa si sofferma su particolari significativi. Tra questi, la corda utilizzata per simulare il suicidio, descritta come «simile a quella dei frati» e poi specificata come una cordicina di nylon blu. Seguendo le dichiarazioni del pentito, il magistrato ha ricostruito la presunta dinamica dell'omicidio. Intorno alle 3:30/4:00 del mattino, Montanari sarebbe entrato nel laboratorio. Avrebbe acceso le luci e messo in carica il telefono. Mentre si apprestava a iniziare il lavoro, sarebbe stato aggredito. L'azione è stata descritta come un «agguato» rapido. Tre o quattro persone lo avrebbero afferrato alle spalle, applicato un laccio al collo e appeso a un gancio. Prima di allontanarsi, gli assassini avrebbero spento la luce.

L'alibi e i biglietti: indizi a favore dell'accusa

Successivamente, Valgimigli avrebbe costruito il proprio alibi. Avrebbe chiamato il 112 per segnalare il ritrovamento del cadavere. La Procura ritiene che abbia agito in anticipo, «perché sapeva che sarebbero arrivati a lui». A sostegno di questa tesi, vengono citati due biglietti ritrovati. Uno era nascosto in un leggio, l'altro in tasca. Secondo il pubblico ministero, questi scritti non appartengono a una persona che intende suicidarsi. Rappresenterebbero piuttosto le parole di chi teme per la propria vita e accusa il suo aguzzino.

Le difese contestano il pentito e le prove

Gli avvocati delle difese hanno contestato duramente la figura del collaboratore di giustizia. L'avvocato di Mullaliu ha replicato alle accuse. Barra parlava di un generico «fratello» dell'allora fidanzata di Valgimigli. Le celle telefoniche indicavano la presenza di uno dei fratelli a Trento. L'avvocato ha ribadito che il suo assistito si trovava a letto, a dormire, non lontano dalla macelleria. Ha inoltre affermato che Mullaliu non ha mai conosciuto Montanari né avuto rapporti con Valgimigli.

L'avvocato Rondini ha insistito sulla mancanza di prove scientifiche concrete. Ha citato le conclusioni del medico legale Sara Benedetti e del consulente di parte Rafi El Mazloum. Entrambi avevano parlato di un «impiccamento atipico incompleto». Questo termine, sebbene tecnico, è frequente nei casi di suicidio. Le difese hanno evidenziato le parole scritte da Montanari: «Non voglio né giornali né manifesti, saluti a tutti, mi dispiace». Le hanno definite chiaramente «le parole di un addio».

La strategia difensiva: smontare la credibilità di Barra

La chiusura delle arringhe è stata dedicata a minare la credibilità di Antonio Barra. L'avvocato Valgimigli ha definito il pentito la mente di una «fraudolenta collaborazione di giustizia». Ha sollevato dubbi sul perché Barra abbia atteso tre anni prima di rivelare i fatti. Barra, con fine pena prevista per il 2037, avrebbe un obiettivo: ottenere la semilibertà. L'udienza per richiederla era fissata per il 9 febbraio 2023. L'avvocato ha sostenuto che, nei mesi precedenti, Barra abbia iniziato a inviare lettere alla Procura. Le sue versioni sarebbero cambiate nel tempo. Avrebbe arricchito i suoi racconti con dettagli appresi dai giornali, come quello del cordino di nylon blu.

La difesa ha inoltre ricordato il «curriculum delinquenziale» di Barra. Questo include decine di truffe, falsità e una calunnia, minando ulteriormente la sua attendibilità. La Corte, presieduta dal giudice Giovanni Treré, con a latere il collega Antonella Guidomei, si riunirà per le repliche a metà giugno. Successivamente, dovrà emettere la propria decisione sul destino dei due imputati e sulla verità della morte di Domenico Montanari.