Federico Fellini esplora la morte nei suoi film, intrecciandola con funerali, cimiteri e sogni. Un'analisi delle sue opere rivela un approccio unico al tema, tra ironia e riflessione.
Funerali in movimento e viaggi nell'aldilà
La morte per Fellini non è mai un evento fuori campo. Entra nelle sue pellicole, si traveste, a volte diverte. Attraversa funerali, cimiteri e sogni, senza offrire spiegazioni definitive. Può apparire come una fuga immaginata, un'assenza che svuota una casa, o una nave che salpa verso l'ignoto.
Il regista ha provato a guardarla da vicino, dalle immagini dei suoi film alle pagine del suo 'Libro dei sogni'. L'ultima scena immaginata per sé è il saluto della sua città, Rimini, con una prua rivolta verso il mare.
Nel film mai realizzato 'Il viaggio di G. Mastorna', il violoncellista Giuseppe Mastorna muore ma non lo sa. Si ritrova in una città sconosciuta, simile a Colonia, con una chiesa gotica in lontananza. L'aldilà è presentato come il mondo di sempre, solo leggermente spostato. Mastorna continua a camminare, incontrare persone, cercando un senso a ciò che accade.
Non esiste una netta separazione tra vivi e morti. C'è una città con le sue regole assurde e i suoi uffici. L'uomo deve imparare a essere morto. Fellini immaginava per lui un viaggio quotidiano e perturbante. Non un inferno di fiamme, ma un luogo di attese ed equivoci.
Il progetto nacque nel 1965, dopo un sogno in cui il regista vedeva morire il suo psicoanalista, Ernst Bernhard. Bernhard morì davvero pochi mesi dopo. Mastorna divenne il modo per avvicinarsi a una domanda senza risposta: come si vive sapendo di essere morti?
Fellini preparò il film, costruì scenografie e pensò a Marcello Mastroianni. Le immagini, però, riaffiorarono in altri film e nei disegni del suo 'Libro dei sogni'.
L'addio come viaggio e spettacolo
In 'E la nave va', un carro funebre trainato da cavalli avanza in un porto, con un'atmosfera da film muto in seppia. Delle mani proteggono un'urna. È un addio che si trasforma in viaggio, un coro attorno a un'assenza, una nave che prende il largo.
A bordo c'è la celebre soprano Edmea Tetua. Artisti e ammiratori parlano di lei, la ricordano, ne imitano la voce. Ognuno porta il proprio piccolo teatro di rivalità e vanità. La nave diventa un mondo raccolto, una comunità in viaggio.
La storia irrompe nella cerimonia con l'Europa sull'orlo della guerra. Il lutto per la cantante convive con una tragedia imminente. Il funerale da celebrazione privata diventa una scena collettiva. Alla fine resta un rinoceronte su una barchetta in mezzo al mare, un'immagine impossibile.
In 'I clowns', un carro funebre irrompe su una pista da circo. Segatura, lampadine, una marcia accompagnano l'addio al clown Fischietto. Il rito si sfalda in sberleffo, nonsense, carosello. La morte diventa spettacolo.
Il defunto risorge a cavalcioni di una bottiglia. In 'Amarcord', la camera segue un carro funebre. Ai lati, gli abitanti del borgo reagiscono con gesti diversi. Il corteo accompagna il feretro al cimitero, mostrando una comunità che si raccoglie.
La casa si svuota dopo la morte della madre di Titta. Il vuoto lasciato cambia il paesaggio domestico. Non c'è bisogno di spiegazioni, basta il silenzio. Dal cancello del cimitero alla spiaggia deserta, un catafalco in campo lungo. Il corpo del poeta Eumolpo, fasciato come per un ultimo travestimento.
Nel 'Fellini Satyricon', il defunto lascia un testamento macabro: l'eredità a chi ne farà banchetto. Il funerale si trasforma in cerimonia cannibalesca. I vivi si mostrano per quello che sono, trasformando il lutto in un banchetto.
Nei funerali felliniani si alternano il bisogno di stare insieme e la tentazione di ridurre tutto a una messinscena.
Cimiteri che ascoltano e sogni di desiderio
La nave, la pista, la strada, la spiaggia... Il cimitero in '8½' non assomiglia a un giardino. È un sito di rovine, con pietre inclinate e croci spostate dal tempo. Guido arriva davanti alla tomba del padre, trovandola infossata. Questa misura sbagliata suona come un rimprovero muto.
Nel vuoto prende forma il senso di colpa: non essere all'altezza del padre, o di sé stessi. In un'altra memoria, una vedova in nero lucida il marmo di una tomba. È una fantasia adolescenziale di Snaporaz, raccolta ne 'La città delle donne'.
Eros e Thanatos si sfiorano. Il gesto appartiene al lutto, ma anche al desiderio. Fellini lascia che questi territori convivano, come nei sogni.
In 'Roma', la via Appia si anima di prostitute e camionisti. Poi uomini e donne si trasformano in soldati romani. La città antica riaffiora per un momento. Alla tomba di Cecilia Metella, tra archi e pietra, compare Genius, un veggente che sente voci e fruscii.
Quel personaggio annuncia un altro ascoltatore: Salvini, ne 'La voce della luna', con l'orecchio appoggiato ai pozzi. Nell'ultimo film di Fellini, il camposanto è una galleria di immagini. I ritratti nelle nicchie osservano i passanti.
Un suonatore d'oboe abita il luogo con la sua musica, accompagnando vivi e morti. Il cimitero diventa una casa possibile, lontana dal rumore degli uomini. Salvini ascolta le voci e interroga la luna, senza distinguere reale da fantastico.
Il cimitero è anche palcoscenico. Al teatrino della Barafonda, in 'Roma', arrivano tre becchini comici. Il becchino è una figura ricorrente nei film di Fellini, non come spauracchio, ma come accompagnatore.
Quello accanto a Mastorna e quello che cammina con Salvini sono guide meste e ironiche. In questa figura c'è un'antica familiarità: la morte ha un accompagnatore che conosce la strada.
Nel progetto 'Mastorna', il becchino avrebbe guidato il protagonista nell'apprendistato di imparare a essere morto. Fellini pensava al volto di Totò, capace di unire comico e malinconia.
Al cimitero del Varano sarebbe dovuto essere ambientato l'ultimo episodio di 'Roma'. I colombari come palchi, una piccola processione. La scena non fu girata, ma resta in sceneggiatura. Quante scene sono esistite solo sulla carta, o sono state eliminate?
Anche '8½' aveva un finale diverso. Un vagone bianco scivolava via, come se Guido partisse verso un altro mondo. Fellini scelse invece il finale della giostra: Guido ritrova i personaggi, le figure del passato e le persone vicine. Si prendono per mano e si mettono in movimento.
Così non resta solo davanti alla fine, ma rientra nel cerchio della vita, con tutto il suo disordine.
Sul bordo della vita e della morte
Nei cimiteri di Fellini, la morte è memoria, presenza, ascolto. In altri momenti diventa una possibilità che i personaggi sfiorano. Il suicidio ritorna più volte: c'è chi tenta di togliersi la vita, chi ci pensa soltanto e chi compie il gesto.
Fellini esplora queste sfumature con la sua consueta maestria, lasciando allo spettatore il compito di riflettere sul confine sottile tra la vita e la sua fine.