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La Corte d'Appello di Reggio Calabria ha confermato la decadenza di Mimmo Lucano dalla carica di sindaco di Riace. La decisione segue quella del Tribunale di Locri, basata sulla condanna per falso nel processo "Xenia". I legali di Lucano presenteranno ricorso in Cassazione.

Confermata decadenza sindaco Riace

La Corte d'Appello di Reggio Calabria ha sancito la decadenza di Mimmo Lucano dalla carica di sindaco di Riace. Questa pronuncia conferma la decisione presa dal Tribunale di Locri lo scorso luglio. La sentenza di primo grado aveva accolto il ricorso della Prefettura.

Il provvedimento si basa sulla condanna a 18 mesi con pena sospesa per il reato di falso. Questa pena era stata inflitta nel processo denominato "Xenia". L'indagine riguardava presunti illeciti nella gestione dell'accoglienza di migranti.

La Prefettura ha ritenuto che la condanna, diventata definitiva nel febbraio 2025, rientrasse nei casi previsti dalla legge Severino. Questa legge disciplina le cause di incandidabilità. Poiché la condanna è intervenuta dopo l'elezione di Lucano, avvenuta a giugno 2024, è stata avviata una procedura specifica per la sua decadenza.

Ricorso in Cassazione annunciato dai legali

Mimmo Lucano, che ricopre anche il ruolo di europarlamentare per Avs, era rimasto in carica in attesa del pronunciamento della Corte d'Appello. I suoi legali, gli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Saitta, hanno già annunciato l'intenzione di presentare ricorso alla Corte di Cassazione. Questo ricorso permetterà di richiedere una sospensiva della decisione.

I difensori di Lucano avevano contestato l'applicazione della legge Severino al caso specifico. Sottolineavano come il giudice penale non avesse disposto l'interdizione dai pubblici uffici. Secondo i legali, ciò escludeva che il reato fosse stato commesso con abuso di potere o violazione dei doveri d'ufficio.

Giudizio su piani diversi secondo la Corte

La Corte d'Appello ha chiarito che il giudizio di accertamento della responsabilità penale e quello successivo sulla incandidabilità o decadenza operano su piani distinti. Le finalità dei provvedimenti conclusivi dei due giudizi sono differenti. La Corte ha specificato che la mancata applicazione in sede penale della pena accessoria dell'interdizione non è un fattore determinante per la decisione del giudice elettorale.

Questo perché i due giudizi hanno una differente ampiezza e funzione. Per questo motivo, la Corte d'Appello ha ritenuto che il Tribunale di Locri avesse correttamente utilizzato gli elementi accertati in sede penale. Lo scopo era verificare i presupposti previsti dal decreto Severino per pronunciare la decadenza.

Contraddizioni legali secondo i difensori

Gli avvocati Daqua e Saitta hanno espresso la loro non condivisione della decisione in una nota stampa. Affermano che il Tribunale e la Corte d'Appello sostengono posizioni divergenti, creando un contrasto che rende la decisione non condivisibile. Sottolineano che, secondo la normativa, quando un giudice penale accerta un reato commesso con abuso di potere o violazione dei doveri d'ufficio, deve applicare la sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici.

I legali evidenziano una palese contraddizione. Il Tribunale aveva considerato l'omessa applicazione della sanzione accessoria come una "mera dimenticanza del giudice penale". La Corte d'Appello, invece, attribuirebbe una discrezionalità al giudice elettorale in queste verifiche. Tale potere discrezionale è negato dalla giurisprudenza consolidata.

Se questa decisione diventasse definitiva, si creerebbe una situazione paradossale. Mimmo Lucano avrebbe un certificato penale illibato per reati commessi con abuso di poteri o violazione dei doveri d'ufficio. Allo stesso tempo, sarebbe decaduto da sindaco proprio per aver commesso un reato con abuso di potere.

I legali concludono affermando che la decisione, pur rispettabilissima, non può essere condivisa. L'unica strada percorribile rimane il ricorso in Cassazione.

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