Un grave episodio di violenza ha scosso un condominio a Perugia, dove padre e figlio hanno aggredito i vicini con un'ascia. Entrambi sono ora indagati per tentato omicidio pluriaggravato e sono stati sottoposti a misure di sicurezza provvisorie.
Violenza in condominio a Perugia
Un attacco brutale ha turbato la tranquillità di un palazzo residenziale a Perugia. Un uomo di 67 anni e suo figlio di 21 anni, entrambi residenti nella città umbra, sono finiti nel mirino della giustizia. Le accuse nei loro confronti sono di tentato omicidio pluriaggravato. La decisione è stata presa dal Gip del Tribunale di Perugia, accogliendo la richiesta del pubblico ministero. Sono state applicate misure di sicurezza provvisorie: libertà vigilata con obbligo di residenza in strutture sanitarie separate.
L'episodio è avvenuto nel primo pomeriggio. Una famiglia di origine sudcoreana stava rientrando nella propria abitazione. La madre, mentre spingeva il passeggino del suo bambino di quattro anni, si è trovata improvvisamente di fronte il giovane vicino di casa. Il ventunenne era armato di un'ascia, un attrezzo da circa 88 centimetri.
Secondo le ricostruzioni, il giovane avrebbe sferrato un primo colpo alla donna. L'intento era quello di colpire parti vitali del corpo. Fortunatamente, la borsa a tracolla indossata dalla vittima ha attutito il fendente. L'arma ha colpito di striscio il fianco della donna, causando lesioni e strappando i suoi vestiti. La prontezza di riflessi della donna le ha permesso di afferrare il manico dell'ascia, bloccando momentaneamente l'aggressore.
Subito dopo, è intervenuto il marito della donna. Ne è nata una colluttazione. L'uomo è riuscito a disarmare il giovane aggressore. Durante la concitazione, il passeggino con il bambino di quattro anni si è rovesciato. Il piccolo è caduto a terra. Una passante, medico di professione, ha soccorso il bambino. Ha anche allertato immediatamente le forze dell'ordine.
In quel frangente, è sopraggiunto anche il padre del giovane aggressore. Anziché intervenire per sedare la situazione, ha tentato di recuperare l'ascia dalle mani del marito della vittima. Successivamente, ha trascinato il figlio all'interno del loro appartamento. Sul luogo sono giunti gli agenti della Squadra Volante.
Le dichiarazioni e il delirio
Gli agenti hanno rintracciato padre e figlio nell'abitazione familiare. L'appartamento è stato descritto come trasandato e disordinato. All'interno, gli operatori hanno notato numerosi fogli appesi alle pareti. Su questi fogli erano presenti scritte inquietanti, come «Io sono Dio» e «Sono il Figlio di Dio». Entrambi gli indagati apparivano in uno stato di forte agitazione.
Il giovane avrebbe pronunciato frasi sconnesse. Si è dichiarato il «Figlio di Dio». Ha affermato che i vicini coreani fossero «demoni». Secondo la sua delirante visione, i vicini erano stati inviati per avvelenargli il cibo. Il padre avrebbe confermato questa versione dei fatti. Ha dichiarato che Dio aveva affidato loro il compito di «espiare i vicini dal demonio».
Data la gravità della situazione e lo stato alterato dei due uomini, è stato disposto un trattamento sanitario obbligatorio per entrambi. Le indagini successive hanno messo in luce un quadro clinico preoccupante. Le relazioni mediche hanno evidenziato che padre e figlio vivevano in una «stretta e morbosa simbiosi». Questa condizione è degenerata in disturbi psicotici comuni, una forma di delirio condiviso.
Il figlio soffre di psicosi e disturbo dello spettro autistico. Si ritiene che sia stato fortemente influenzato dal padre. Quest'ultimo è affetto da disturbo delirante. Entrambi avevano interrotto volontariamente i percorsi terapeutici già dal 2024. Avevano rifiutato cure e assistenza medica.
La decisione del giudice
Il giudice ha sottolineato che la loro condizione di squilibrio mentale, priva di supporto farmacologico e supervisione, li rende «potenzialmente esplosivi». Li considera socialmente pericolosi. Sia il pubblico ministero che il Gip ritengono che la condotta integri gli estremi del tentato omicidio volontario aggravato.
A sostegno di questa qualificazione, vengono citati diversi elementi cruciali. L'arma utilizzata, un'ascia, possiede «notevoli capacità offensive e potenzialmente letali». La violenza del colpo, diretto verso la testa o il collo, indica una chiara intenzione lesiva. L'intenzione di sferrare più colpi è stata bloccata solo dalla pronta reazione delle vittime. Infine, le dichiarazioni spontanee rilasciate agli agenti rivelerebbero la volontà di uccidere.
L'aggravante contestata è quella di aver commesso il fatto in presenza di un minore. Il bambino di quattro anni, figlio della coppia aggredita, si trovava nel passeggino ed è caduto durante la colluttazione. Il pubblico ministero aveva inizialmente richiesto il ricovero in una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Il Gip, pur riconoscendo la gravità della situazione, ha optato per una soluzione differente. Ha disposto la libertà vigilata con l'obbligo di residenza in strutture terapeutiche.
Il giudice ha ritenuto che il ricovero in REMS fosse eccessivo. Ha considerato che potesse essere meno efficace per un pronto percorso riabilitativo. Ha invece stabilito che padre e figlio venissero collocati in due distinte strutture sanitarie. La motivazione è che «il recupero psichico degli stessi passa anche da un loro distacco e da un loro momentaneo allontanamento». Questo è dovuto alla forte influenza negativa della figura paterna sul figlio.
Sono state imposte ulteriori misure. Tra queste, il divieto di detenere armi. Inoltre, l'obbligo di seguire il programma terapeutico definito dal Dipartimento di Salute Mentale. È stato anche stabilito che non possano allontanarsi dalla struttura se non accompagnati da operatori. Devono inoltre rispettare le fasce orarie stabilite per le uscite.
Contesto e precedenti a Perugia
Questo grave episodio riaccende i riflettori sulla gestione dei disturbi psichiatrici e sulla convivenza civile nei contesti condominiali. Perugia, come molte altre città italiane, affronta sfide legate alla salute mentale e alla necessità di garantire sicurezza a tutti i cittadini. La situazione descritta, con la simbiosi patologica e il rifiuto delle cure, evidenzia la complessità dei casi che coinvolgono disturbi psicotici.
In passato, episodi di violenza legati a disturbi psichiatrici hanno generato dibattiti sulla necessità di strutture di accoglienza adeguate e sull'efficacia dei percorsi di cura. La decisione del giudice di optare per strutture sanitarie distinte, piuttosto che un ricovero in REMS, riflette un approccio che mira a un recupero più mirato, pur riconoscendo la pericolosità sociale. La figura paterna, in questo caso, è stata identificata come un elemento destabilizzante per il figlio, rendendo necessario un allontanamento temporaneo.
Le indagini proseguiranno per accertare ulteriormente la dinamica dei fatti e le responsabilità. L'obiettivo è garantire la sicurezza della comunità e offrire un percorso di cura adeguato agli indagati, nel rispetto delle normative vigenti. La presenza del bambino durante l'aggressione ha inoltre innalzato il livello di gravità dell'accaduto, configurando l'aggravante specifica.