Un volume raccoglie la corrispondenza tra Roberto Leydi e Sandra Mantovani, svelando il fervore artistico e intellettuale di Milano nel primo dopoguerra. L'eredità di una "spavalda allegria" culturale.
Milano, fucina di talenti nel dopoguerra
Nel 1962, uno spettacolo teatrale-musicale intitolato “Milanin Milanon” doveva celebrare Milano. L'opera, concepita da Roberto Leydi e dal regista Filippo Crivelli, mirava a raccontare la città a un secolo dall'Unità d'Italia. Inizialmente, puntarono su Giorgio Gaber. Quest'ultimo, però, era impegnato in tournée. Suggerì loro di ascoltare un amico, Vincenzo Jannacci. Il giovane, che studiava medicina mentre inseguiva la carriera musicale, era stato precedentemente scartato da un provino Rai. Lo giudicarono «inidoneo al mestiere d’artista».
Tuttavia, Leydi e Crivelli rimasero folgorati. Davanti a loro c'era «un artista del calibro di Charlie Chaplin». Jannacci li sorprese con il suo iconico «urlo del coyote». Questo suono divenne poi celebre nell'introduzione del brano ‘Andava a Rogoredo’. La carriera di Jannacci prese così una piega inaspettata.
Roberto Leydi, un intellettuale fuori dagli schemi
Roberto Leydi non era un uomo di cultura convenzionale. Fu cofondatore del Nuovo Canzoniere Italiano. Divenne professore al Dams di Bologna. Promosse l'Archivio di etnografia e storia sociale della Regione Lombardia. La sua visione era sempre proiettata nel futuro. Umberto Eco stesso ne riconobbe il valore. Ricordò una serata a casa sua. Leydi fece ascoltare un nastro registrato in una balera. Indicò l'importanza della voce di una giovane cantante allora sconosciuta: Mina.
La sua abitazione era un luogo non convenzionale. Ricordava la Factory di Andy Warhol a New York. Era un vero e proprio ‘contenitore’. Si respirava una «spavalda allegria» culturale. Era un ambiente stimolante per molti artisti.
L'eredità di una generazione e la riscoperta delle lettere
Figure come Elio Vittorini, Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Oreste Del Buono, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Luciano Berio e Umberto Eco provenivano da diverse parti d'Italia. Si ritrovarono uniti a Milano. Erano immersi in un'atmosfera carica di speranze e progetti. C'era un forte desiderio di rinnovamento dopo la guerra. La città, in piena ricostruzione, divenne un centro di attrazione intellettuale.
In quel periodo, i giovani scoprirono il jazz. Lo ascoltavano in locali come l'Arethusa, il Santa Tecla o a Lambrate. Erano luoghi che sfidavano il proibizionismo fascista. Roberto Leydi era il fulcro di queste relazioni intellettuali. Al suo fianco, per tutta la vita, c'era Sandra Mantovani. La loro corrispondenza, ora riscoperta, è al centro del volume curato da Domenico Ferraro. Il libro si intitola “Roberto Leydi e Sandra Mantovani, 1949-1958. Interno d’arte e cultura di due intellettuali”.
Un volume che ricostruisce la Milano della ricostruzione
Il libro esplora un decennio cruciale. Attraverso lettere, dipinti, marionette, musica elettronica e nuove canzoni, ricostruisce la Milano della ricostruzione. Include anche disegni di Max Huber. La rete di amicizie che si creò stava per influenzare le scelte culturali dell'intero Paese. Un esempio di questa originalità fu la fondazione dello Stadio di Fonologia della Rai di Milano.
Qui, nel 1954, Leydi collaborò con Luciano Berio e Bruno Maderna. Realizzarono “Ritratti di città”. Fu il primo lavoro italiano di musica elettronica. Domenico Ferraro sottolinea l'attualità di queste figure. «Oggi Milano avrebbe bisogno di recuperare figure come loro», afferma. Figure capaci di far dialogare tra loro le diverse arti.