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Massimo Navone, ex direttore della scuola Paolo Grassi, ricorda Dario Fo come un maestro capace di stimolare gli allievi e insegnare a trasformare la realtà. La sua eredità artistica e pedagogica rivive attraverso aneddoti e progetti.

L'insegnamento di Dario Fo alla Paolo Grassi

La scuola Paolo Grassi ha ospitato per due stagioni il genio di Dario Fo. Il premio Nobel ha trasmesso la sua arte teatrale ai giovani allievi. Li ha portati sul palco, da Avignone al Piccolo Teatro. Questo fu possibile grazie all'intuizione di Massimo Navone. Navone, direttore della Civica dal 2011 al 2015, ha coltivato un lungo rapporto con Fo.

Le mattine trascorse passeggiando verso l'accademia erano momenti di proficuo scambio. Le loro conversazioni spaziavano su molteplici argomenti. Da queste chiacchierate nacque il progetto "Storia di Qu". Lo spettacolo fu presentato allo Studio, nell'ambito del palinsesto di Expo.

Un'avventura pedagogica inaspettata

L'incontro tra Navone e Fo avvenne in modo del tutto fortuito. La scuola Paolo Grassi stava celebrando i suoi 60 anni. Dario Fo fu invitato come ospite d'onore per la serata. La sua partecipazione fu così entusiasta da trasformarsi in un vero e proprio animatore. Fo espresse il desiderio di insegnare presso l'istituto.

Navone, colpito dall'entusiasmo, non esitò a contattarlo. Una telefonata diede il via a un'esperienza formativa straordinaria. L'impegno di Fo si concretizzò in lezioni settimanali. Lavorò intensamente con due classi di fine triennio. Il focus era sull'arte dell'affabulazione.

Gli studenti accolsero l'iniziativa con grande entusiasmo. Comprese subito il valore di un percorso formativo così unico. Riconobbero in quella modalità narrativa un legame profondo con la loro identità. L'affabulazione si riconnetteva alla tradizione della commedia dell'arte.

Stimolo alla creatività e alle radici

Dario Fo incoraggiava ogni studente a riscoprire le proprie radici. Li spronava a recuperare le tracce dialettali della loro memoria familiare. Questo processo di ritorno alle origini mirava a una reinvenzione delle sue stesse affabulazioni. Il risultato fu uno spettacolo di successo. Fu portato in scena anche ad Avignone, ottenendo ottimi riscontri.

Gli amici francesi di Fo espressero commenti molto positivi sul progetto. Questo gli procurò grande gioia. Navone descrive Fo come un insegnante esigente ma propositivo. Se qualcosa non funzionava, non lo trascurava. Lo faceva sempre con un atteggiamento costruttivo.

Fo era estremamente aperto alla contaminazione. Sapeva integrare elementi contemporanei nel suo insegnamento. Combatteva l'atteggiamento museale, non solo nei confronti dei suoi testi. L'arte doveva essere viva e in continua evoluzione.

I primi incontri e la fusione tra uomo e artista

Il primo incontro tra Navone e Fo risale al periodo liceale. Navone si era trasferito in un'abitazione vicina alla Palazzina Liberty. Frequentava assiduamente il luogo, assistendo alle prove. Vide persino la nascita dello spettacolo "Storia di una tigre". Fu un'esperienza di grande fortuna.

Distinguere l'uomo dall'artista era un'impresa impossibile. Il palco rappresentava la sua vera essenza. Negli ultimi anni, emerse in lui un forte desiderio pedagogico. Si manifestò anche un desiderio di condurre una vita meno frenetica e girovaga. Questo cambiamento fu probabilmente influenzato dalla malattia di Franca Rame.

Nella Palazzina Liberty, invece, Fo appariva incontenibile e istrionico. Forse meno disponibile, ma sicuramente più febbrile. La sua energia creativa era palpabile.

La genesi di "Storia di Qu"

"Storia di Qu" era un testo a cui Fo teneva moltissimo. Lo aveva conservato a lungo nel cassetto. Si trattava di un canovaccio complesso. Contava un numero elevato di personaggi. Le scene e i costumi erano accompagnati da circa cento tavole disegnate da lui stesso.

Fo desiderava collaborare con altre scuole. In particolare, coinvolgere l'Accademia di Brera, da lui frequentata. Grazie al sostegno del Piccolo Teatro, il progetto prese vita. Il coinvolgimento degli allievi fu fondamentale per la messa in scena. Lo spettacolo riscosse un successo straordinario.

Navone percepì di aver piantato un seme importante. Un seme destinato a germogliare nel tempo. Questo progetto rappresentava un modo per uscire dall'eterno presente del teatro.

Il teatro come arte effimera e duratura

Lavorare con un'arte effimera come il teatro rende fondamentale ciò che si imprime nei corpi e nei ricordi. Ciò che si riesce a far germogliare nel tempo assume un valore inestimabile. Navone esprime rammarico per la scarsa rappresentazione di Dario Fo in Italia rispetto all'estero.

Le ragioni di questa disparità sono molteplici. Tuttavia, Navone ipotizza che in Italia i testi di Fo siano troppo legati alla sua figura. Si attende sempre la sua apparizione in scena, rischiando la creazione di brutte copie. In Scandinavia, invece, dove è molto rappresentato, è considerato un classico tradotto. Viene semplicemente messo in scena senza particolari aspettative.

La dimensione politica e il riconoscimento del Nobel

La figura di Dario Fo è sempre stata oggetto di dibattito politico. Fin dall'espulsione dalla Rai, una parte del pubblico gli era ostile. Fo non esitava a esporsi pubblicamente. Anche nel suo ultimo periodo, si avvicinò ai 5 Stelle. Questo suo impegno politico potrebbe essere una delle ragioni della sua minore frequentazione.

Riguardo al Nobel, Fo non ne fece mai un vanto. A scuola, il suo atteggiamento era quello di un principiante. Navone considera il riconoscimento letterario per il teatro un evento meraviglioso. Ricorda una conversazione con Ambra Angiolini. Lei era in macchina con Fo quando ricevette la notizia del Nobel. Angiolini ricorda quel momento con tenerezza e profonda riconoscenza.

L'eredità di un maestro

La lezione fondamentale di Dario Fo risiede nella concezione del teatro come strumento di trasformazione della realtà. Questo era il suo impegno, radicato nella scuola brechtiana. Un approccio sempre trasversale e comprensibile a tutti. Un principio a cui nessun artista oggi può sottrarsi.

Navone stesso ha avuto grandi maestri. Tra questi, Castri, Ronconi e Ariane Mnouchkine. Tuttavia, da Fo ha assorbito in modo particolare la visione del palcoscenico. Lo considera un veicolo di valori trasformativi e aggregativi. Questa prospettiva è ciò che permette di continuare a credere nel potere del teatro.

L'eredità di Dario Fo non si limita alla sua produzione artistica. Si estende alla sua capacità di ispirare e formare nuove generazioni di artisti. La sua lezione di vita e di teatro continua a risuonare. Offre spunti di riflessione e di azione per chiunque voglia utilizzare l'arte come motore di cambiamento sociale.