Douglas Stuart esplora le complesse dinamiche tra padri e figli nel suo nuovo romanzo "John figlio di John". L'autore sarà presente al Festivaletteratura di Mantova per discutere di queste relazioni spesso segnate da silenzi e incomprensioni.
Il legame padre-figlio sotto la lente di Stuart
Nel suo ultimo lavoro, intitolato 'John figlio di John', Douglas Stuart dipinge un ritratto intenso di un padre e un figlio che condividono lo stesso nome. Nonostante un affetto reciproco e una somiglianza sorprendente, i due personaggi faticano a comunicare le proprie emozioni più profonde. Questa difficoltà nel dialogo, un tema ricorrente nelle opere di Stuart, viene messa in luce con particolare forza.
Lo scrittore scozzese, già vincitore del prestigioso Booker Prize, descrive questo rapporto come «claustrofobico». Padre e figlio trascorrono molto tempo insieme, ma sembrano separati da un abisso emotivo. Le loro conversazioni, secondo quanto riportato da Stuart, mancano di autenticità, assomigliando a scambi impersonali. Il romanzo, edito da Mondadori, promette di essere sia commovente che ironico.
I danni del silenzio emotivo maschile
Stuart pone un'enfasi particolare sui danni causati dall'incapacità degli uomini di esprimere apertamente i propri sentimenti. Anche all'interno dei legami familiari più stretti, come quello tra genitori e figli, esistono sfere inesplorate. Si presume una conoscenza totale, ma spesso si celano aspetti inediti, talvolta per proteggere se stessi o l'altro. Questa distanza, anche minima, crea spazi in cui ciascuno è uno sconosciuto per l'altro.
Il protagonista, Cal, un ventiduenne gay, ritorna nella sua casa natale sull'isola di Harris, nelle Ebridi. La sua vita nella fattoria, dove il padre John è un allevatore e tessitore, non è cambiata. La nonna materna, Ella, figura affettuosa, vive con loro. In questo contesto, l'omosessualità di Cal è un aspetto inaccettabile, e la sua solitudine è acuita dall'epoca: il 1996, un'era pre-internet, priva di strumenti digitali per connettersi.
L'isola remota e l'impatto del cambiamento
Inizialmente, la narrazione sembra concentrarsi sul ritorno del figlio lontano. Tuttavia, Stuart rivela che il vero fulcro è chi rimane, una sorta di depistaggio narrativo per il lettore. La vita sull'isola scorre lenta, e l'arrivo di Cal ne altera gli equilibri. Lo scrittore, nato a Glasgow nel 1976, spiega la scelta di ambientare la storia negli anni '90 su un'isola remota.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la scelta non è dettata solo dalla difficoltà per i gay di trovare compagnia in un'epoca senza internet. Stuart intendeva esplorare l'impatto trasformativo della rete sulle comunità rurali. L'arrivo di internet ha stravolto la vita su queste isole, un tempo abitate da persone concentrate sulla sopravvivenza. Gli anziani, pilastri di queste comunità, iniziarono a preoccuparsi del futuro dei loro terreni, ignari dei radicali cambiamenti che avrebbero investito ogni aspetto della vita, inclusi gli spazi ecclesiastici.
Nonne, patriarcato e legami intergenerazionali
Cal torna sull'isola credendo che la nonna Ella sia malata. Stuart sottolinea il legame speciale che spesso si instaura tra nipoti gay e le loro nonne. Queste donne, sopravvissute al patriarcato, hanno affrontato un mondo dominato dagli uomini. La nonna di Stuart è stata per lui una guida fondamentale. L'autore sostiene la necessità di promuovere diritti universali, non limitati a specifici gruppi, mirando a una convivenza armoniosa.
Il romanzo, di circa 482 pagine, affronta temi universali come la famiglia, l'identità e la ricerca di accettazione. La presentazione a Mantova, prevista per il 12 settembre, offrirà un'occasione preziosa per approfondire le tematiche care a Douglas Stuart.