Cronaca

Genova: Mamma in aula per il figlio morto in canoa

18 marzo 2026, 16:49 7 min di lettura
Genova: Mamma in aula per il figlio morto in canoa Immagine generata con AI Genova
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La madre di Andrea Demattei, 14enne deceduto per ipotermia dopo un incidente in canoa sul fiume Entella, ha testimoniato in tribunale a Genova. Ha espresso il suo dolore per non essere stata avvisata prima dell'accaduto.

Dolore e accuse in tribunale a Genova

La mamma di Andrea Demattei, Monica Stagnaro, ha preso la parola in aula. Il suo volto era segnato dal dolore. Stava testimoniando nel processo per la morte del figlio. Andrea aveva solo 14 anni. È deceduto a causa dell'ipotermia. L'incidente avvenne nel fiume Entella. Questo accadde a Chiavari nel gennaio 2023. La donna ha espresso parole di profondo rammarico. Ha dichiarato che avrebbe dovuto essere avvisata prima. La sua presenza sarebbe stata cruciale. Soprattutto mentre il figlio era ancora cosciente in acqua. La testimonianza si è svolta a Genova. Il processo vede imputati sei vigili del fuoco. Ci sono anche due istruttori della società sportiva. Per cui il giovane si allenava.

Monica Stagnaro, assistita dall'avvocata Rachele De Stefanis, ha ricostruito i fatti. Ha ricordato di aver accompagnato la figlia minore a un allenamento di calcio. In quel momento, uno degli istruttori l'ha informata. Andrea era già in acqua da 45 minuti. Questo ritardo nei soccorsi e nella comunicazione è al centro del dibattito giudiziario. La madre ha sottolineato la gravità della situazione. La sua assenza al momento critico le pesa enormemente. Sente che avrebbe potuto fare la differenza. O almeno esserci per suo figlio.

La passione per la canoa e la paura

Andrea Demattei praticava canottaggio dal 2021. Si allenava principalmente in mare. Le sessioni sul fiume erano meno frequenti. Qualche mese prima dell'incidente fatale, aveva partecipato a una gara. Questa gara prevedeva la discesa di un fiume diverso dall'Entella. Al suo ritorno a casa, Andrea aveva confidato alla madre. Si era sentito incastrato su un argine. Gli istruttori lo avevano aiutato prontamente. Tuttavia, l'esperienza lo aveva spaventato. Aveva manifestato il desiderio di abbandonare lo sport. La madre, però, lo aveva incoraggiato a proseguire. Vedeva quanto fosse importante per lui. Si era creato un bel gruppo di amici. Andrea era tornato ad allenarsi con entusiasmo. Era felice di far parte di quel team.

Questa insistenza materna, nata da buone intenzioni, ora è fonte di tormento. La signora Stagnaro ha confessato. Da quel giorno, non si sente più professionalmente all'altezza del suo lavoro. Lei è un'educatrice. La tragedia del figlio ha scosso profondamente le sue certezze. Ha messo in discussione la sua capacità di prendersi cura degli altri. La testimonianza in tribunale è stata un momento di grande commozione. Ha riaperto ferite ancora aperte. La ricerca di giustizia si intreccia con il lutto.

Il contesto dell'incidente sul fiume Entella

L'incidente è avvenuto nel fiume Entella. Questo fiume attraversa la provincia di Genova. Segna il confine tra Chiavari e Lavagna. È un corso d'acqua noto per le sue correnti. Specialmente durante i periodi di piena. La pratica del canottaggio in un ambiente fluviale presenta rischi specifici. Diversi da quelli del mare. Richiede una preparazione adeguata. E un monitoraggio costante da parte degli istruttori. La testimonianza della madre solleva interrogativi sulla sicurezza. Sulle procedure di emergenza adottate. E sulla comunicazione tra la società sportiva e le famiglie.

La decisione di allenarsi sul fiume Entella, anziché in mare, potrebbe essere stata dettata da vari fattori. Forse condizioni meteorologiche avverse in mare. O la volontà di variare gli allenamenti. Indipendentemente dalle ragioni, la sicurezza deve rimanere prioritaria. La testimonianza di Monica Stagnaro evidenzia la necessità di una maggiore attenzione. Soprattutto quando si tratta di minori. La sua richiesta di essere avvisata prima è legittima. E sottolinea un potenziale difetto nella gestione dell'emergenza.

Il ruolo degli imputati e le accuse

Il processo a Genova mira a chiarire le responsabilità. I sei vigili del fuoco e i due istruttori sono accusati di vari reati. Le accuse potrebbero includere omicidio colposo. O lesioni colpose, a seconda delle dinamiche precise. La testimonianza della madre è un tassello fondamentale. Per ricostruire la catena degli eventi. E determinare eventuali negligenze. La sua sofferenza è palpabile. E la sua ricerca di verità è comprensibile. La giustizia dovrà valutare attentamente le prove. E le dichiarazioni di tutti i testimoni.

La società sportiva per cui Andrea si allenava ha un ruolo cruciale. Le sue politiche di sicurezza. La formazione degli istruttori. E la gestione delle attività in acqua sono sotto esame. Anche il comportamento dei vigili del fuoco. In particolare, i tempi di intervento e le procedure seguite. Saranno oggetto di scrutinio. La testimonianza della madre aggiunge un peso emotivo. Ma anche fattuale, alle accuse. La sua sensazione di non essere stata trattata con la dovuta premura. E il ritardo nella comunicazione sono elementi chiave.

Le conseguenze psicologiche sulla madre

La dichiarazione di Monica Stagnaro riguardo al suo lavoro di educatrice è emblematica. La perdita del figlio ha minato la sua autostima. E la sua fiducia nelle proprie capacità professionali. Questo dimostra l'impatto devastante del lutto. Non solo a livello emotivo. Ma anche pratico e professionale. La sua professione richiede empatia, cura e responsabilità. Sentirsi inadeguata dopo una tragedia simile è una reazione comprensibile. Ma anche dolorosa. La sua testimonianza non è solo un atto di accusa. È anche un grido di dolore. Un'espressione della sua profonda ferita.

La comunità di Chiavari e Genova è rimasta scossa da questa tragedia. La morte di un giovane atleta in circostanze così drammatiche. Ha sollevato interrogativi sulla sicurezza degli sport acquatici. E sulla preparazione degli staff. La speranza è che il processo possa portare chiarezza. E, se del caso, giustizia. Offrendo un minimo di conforto alla famiglia. E contribuendo a prevenire futuri incidenti simili. La testimonianza della madre è un passo importante in questo percorso.

Il contesto normativo e la sicurezza negli sport

La pratica di sport come il canottaggio, specialmente in contesti fluviali, è regolamentata. Esistono normative specifiche per garantire la sicurezza degli atleti. Soprattutto dei minori. Queste includono requisiti per l'attrezzatura. La qualifica degli istruttori. E le procedure di emergenza. La testimonianza di Monica Stagnaro suggerisce possibili lacune. In particolare, riguardo alla comunicazione e alla prontezza dei soccorsi. La presenza di un genitore o tutore, se informato tempestivamente, potrebbe aver influenzato l'esito. O almeno il modo in cui è stata gestita la fase critica.

Le società sportive hanno la responsabilità di assicurare un ambiente sicuro. Questo include la valutazione dei rischi. La pianificazione degli allenamenti in base alle condizioni ambientali. E la formazione del personale. La testimonianza della madre solleva dubbi su questi aspetti. La sua insistenza affinché Andrea continuasse lo sport, nonostante la paura iniziale, è comprensibile. Ma evidenzia anche l'importanza di un dialogo aperto. E di una valutazione continua della sicurezza. La sua attuale inadeguatezza professionale come educatrice riflette la profondità del suo trauma.

La ricerca di giustizia e la memoria di Andrea

Il processo a Genova è un momento cruciale. Per la famiglia Demattei. E per la ricerca di giustizia. La testimonianza di Monica Stagnaro è potente. E carica di emozione. La sua richiesta di essere avvisata prima. E il suo rammarico per non essere stata presente. Sono al centro della sua deposizione. La memoria di Andrea vive attraverso questo processo. E attraverso il desiderio della madre di ottenere risposte. E di assicurare che tragedie simili non si ripetano.

La giustizia dovrà fare il suo corso. Valutando tutte le prove. E ascoltando tutte le parti coinvolte. La testimonianza della madre è un elemento chiave. Che aggiunge un forte peso emotivo. E fattuale alle indagini. La sua sofferenza è un monito. Per tutti coloro che operano nel campo dello sport giovanile. La sicurezza e la comunicazione devono essere sempre al primo posto. La sua testimonianza è un atto di coraggio. E un tributo al figlio perduto.

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