Franco Cimino riflette sul significato del Primo Maggio, trovando profonda ispirazione nelle parole del Vescovo di Napoli, Don Mimmo Battaglia, riguardo al lavoro e alla dignità umana.
Riflessioni sul significato del Primo Maggio
Franco Cimino, noto per la sua originalità nel pensiero, solitamente evita di riportare concetti altrui nelle sue analisi. Preferisce interiorizzare le letture per offrire una prospettiva autentica. Questa scelta nasce da un desiderio di preservare l'unicità del proprio pensiero e lasciare un'eredità intellettuale riconoscibile alle sue figlie e ai suoi studenti.
Ogni anno, Cimino dedica riflessioni alle ricorrenze civili e politiche. Quest'anno, però, la sua consueta analisi del Primo Maggio è stata profondamente influenzata da un intervento del Vescovo di Napoli, Don Mimmo Battaglia. L'occasione era un incontro con lavoratori e dirigenti di un'azienda, durante il quale si è anche celebrato il fondatore dell'impresa.
L'intervento di Don Mimmo Battaglia
Dopo aver letto sintesi giornalistiche, Cimino ha cercato il testo integrale dell'intervento di Don Mimmo Battaglia. Le parole del Vescovo lo hanno profondamente colpito per la loro forza, verità e poesia. Cimino sottolinea come, in un'epoca in cui molti leader sembrano impoverire il linguaggio, Don Mimmo riesca a trasformare ogni sua affermazione in poesia spontanea e meditata.
Le parole del Vescovo, secondo Cimino, hanno la capacità di illuminare, rassererenare e al contempo inquietare. Sono parole che accarezzano ma anche colpiscono, addolciscono ma scuotono. Non si tratta di retorica o di semplici buoni propositi, ma di domande che penetrano la realtà sociale, mettendola a nudo con delicatezza ma senza sconti.
Domande che interrogano la coscienza
Don Mimmo Battaglia pone interrogativi cruciali sulla responsabilità individuale di fronte all'ingiustizia, alla violenza e all'arroganza del potere. Domande come «tu che fai? Cosa fai davanti all’umiliazione, al torto, alla violenza, all’arroganza del potere che calpesta la dignità?» e «io che sto facendo? Perché resto fermo? Perché non mi muovo? Perché dimentico gli altri?» risuonano con forza.
Queste riflessioni, secondo Cimino, permettono al Vangelo e alla Costituzione di emergere con concretezza, trasformandosi in responsabilità. Il Vescovo evidenzia l'impossibilità di una gioia o felicità personale disgiunta da quella collettiva, e la necessità di condividere il pane, metafora del benessere e delle risorse, con chi ne è privo.
Il Primo Maggio come giorno di ricerca
Per Cimino, questo Primo Maggio non è un giorno di festa, ma di inquietudine e ricerca di risposte. La domanda centrale diventa: «Come garantire il lavoro a tutti?». Il lavoro vero, quello che conferisce dignità, come indicato dal Vangelo e dalla Costituzione. L'omelia di Don Mimmo, infatti, interroga e offre risposte concrete.
Pertanto, il Primo Maggio di Franco Cimino si incarna nelle parole di Don Mimmo Battaglia. Egli non le sostituisce, ma le accoglie pienamente. Riporta alcuni passaggi significativi, invitando alla lettura integrale del testo.
Citazioni chiave dall'intervento di Don Mimmo
Tra le frasi riportate, spiccano: «…le mani delle lavoratrici e dei lavoratori immerse nei tessuti diventano arte visiva che veste persone in tutto il mondo.» Don Mimmo ammonisce che «parlare di lavoro oggi non può essere un esercizio di retorica… non può essere un elenco di buoni propositi.»
Il Vescovo affronta con durezza la piaga della perdita del lavoro e, soprattutto, delle vite spezzate per esso. Paragonando Dio a un artigiano di speranza, si interroga sul destino della dignità umana. Don Mimmo insiste sul fatto che gli «incidenti sul lavoro» non sono tali, ma «sacrifici umani sull’altare del profitto.» Ogni morte sul lavoro viene equiparata a una nuova crocifissione di Cristo, sottolineando l'impossibilità di abituarsi ai numeri.
La morte sul lavoro come fallimento della civiltà
La denuncia si fa ancora più aspra: «La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà.» Don Mimmo critica la logica per cui la sicurezza diventi un costo da tagliare anziché un diritto sacro, affermando che «Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare.»
Non si tratta di «morti bianche», ma di morti che «gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del “fare di più con meno”.» Questo rappresenta un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo, poiché «Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto.»
Il lavoro come fondamento della dignità e della democrazia
Don Mimmo collega la poesia alla democrazia, definendo il suo grido gentile un atto politico. Se la Costituzione pone il lavoro alla base dell'edificio comune, è perché esso non è una merce, ma la prosecuzione della creazione divina. Il lavoro è l'affermazione di sé: «Io ci sono, io contribuisco, io porto il mio mattone per costruire la casa di tutti.»
Si evidenzia il passaggio dall'«eterna attesa» all'«eterna fretta», dimenticando le mani che creano e lavorano, come quelle di Giuseppe e Gesù. Il primo articolo della Costituzione, che sancisce la sovranità popolare, è legato alla dignità del cittadino, che a sua volta dipende dalla possibilità di avere un lavoro dignitoso.
La democrazia fondata sul lavoro non può reggersi sul precariato selvaggio. La precarietà impedisce ai giovani di sognare, amare e costruire una famiglia, minando le fondamenta stesse della società. Cimino conclude queste riflessioni con il cuore che tambureggia, la mente ribelle e l'anima inquieta, commosso dalle parole del Vescovo.