Lavoratori Natuzzi protestano a Santeramo in Colle con un gesto simbolico: una corona di fiori con la scritta "Qui giace il Made in Italy". La protesta segue l'annuncio di chiusura di tre stabilimenti nel Barese e il trasferimento di quasi 700 dipendenti.
Chiusura stabilimenti Natuzzi nel Barese
Una corona di fiori, tipica delle cerimonie funebri, è stata deposta dagli operai Natuzzi. La scritta che l'accompagna recita: «Qui giace il Made in Italy». Il gesto è avvenuto davanti alla sede centrale dell'azienda a Santeramo in Colle, provincia di Bari. Questo accade nel giorno in cui la società ha reso nota la chiusura di tre suoi stabilimenti. Uno di questi, Jesce 2 a Santeramo, cesserà definitivamente l'attività. Altri due, Graviscella e Ps ad Altamura, vedranno una chiusura temporanea. La decisione comporterà il trasferimento di quasi 700 lavoratori. Molti di loro finiranno in cassa integrazione.
Sindacati contro il piano industriale
«I lavoratori si mobilitano nel giorno delle chiusure», ha dichiarato Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil Puglia. La protesta è diretta contro un piano industriale che, a suo dire, «impoverisce il territorio». Inoltre, riduce la presenza produttiva in Italia. Il peso della crisi ricade ancora una volta su chi lavora. Savino ha esortato le istituzioni a intervenire con determinazione. Chiede di imporre a Natuzzi il ritiro del piano. È necessaria la riapertura di un vero confronto. Il settore del mobile in queste province vale circa 9mila posti di lavoro. La qualità è rilevante, circa il 40% è legato direttamente o indirettamente a Natuzzi. Le chiusure annunciate non sono accettabili. Questo anche alla luce delle risorse pubbliche ricevute. Si parla di un miliardo di euro in 23 anni. Tali fondi includono interventi, sostegno e ammortizzatori sociali.
Richiesta di intervento pubblico e gestione
La Fillea Cgil Puglia chiede di «fare entrare Invitalia e il pubblico nella gestione» della crisi. Altrimenti, secondo Savino, si dovrà leggere in questa scelta la volontà di Natuzzi di abbandonare progressivamente l'Italia. Questo avverrebbe dopo aver beneficiato per anni del sostegno pubblico. Anche del lavoro del territorio. Dopo il tavolo saltato al Mimit, Natuzzi aveva convocato i sindacati. L'incontro si è svolto tre giorni fa presso la sede di Confindustria Bari. Anche in quella occasione, le trattative non hanno portato ad alcuna intesa. La situazione rimane tesa e incerta per i lavoratori.
Impatto economico e sociale nel Barese
La decisione di Natuzzi di chiudere alcuni stabilimenti nel Barese ha un impatto significativo. Non solo sull'occupazione diretta, ma anche sull'indotto. Il settore del mobile e dell'arredamento è un pilastro dell'economia locale. La perdita di posti di lavoro, anche temporanea, genera preoccupazione. Si teme un effetto domino su altre attività collegate. La mobilitazione dei lavoratori e delle sigle sindacali mira a sensibilizzare l'opinione pubblica. Si cerca di esercitare pressione sulle istituzioni. L'obiettivo è trovare soluzioni alternative alla chiusura. Si spera in un piano di rilancio che tuteli i lavoratori e il territorio. La storia di Natuzzi è legata a doppio filo allo sviluppo della zona. La sua possibile riduzione di presenza preoccupa profondamente.
Il ruolo delle istituzioni e del governo
Le istituzioni sono chiamate a giocare un ruolo cruciale. La richiesta di un intervento di Invitalia suggerisce la necessità di un supporto pubblico. Questo potrebbe concretizzarsi in diverse forme. Ad esempio, attraverso investimenti per la riconversione industriale. Oppure, facilitando l'ingresso di nuovi partner industriali. La cassa integrazione è una misura temporanea. Non risolve il problema strutturale. È fondamentale avviare un dialogo costruttivo tra azienda, sindacati e governo. L'obiettivo deve essere la salvaguardia dei posti di lavoro. E la continuità produttiva nel territorio. La vicenda Natuzzi diventa così un banco di prova per le politiche industriali. E per la capacità di risposta alle crisi aziendali.
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