Licenziamento per fumo sul posto di lavoro
Una lavoratrice di Altavilla Vicentina è stata reintegrata nel suo posto di lavoro dopo essere stata licenziata per aver fumato una sigaretta nei bagni aziendali. La decisione, inizialmente presa dal tribunale di Vicenza e confermata dalla Corte d'Appello di Venezia, è stata ratificata dalla Corte di Cassazione, che ha respinto l'ultimo ricorso dell'azienda.
Il caso riguarda una dipendente con oltre trent'anni di servizio presso un'azienda di imballaggi in plastica. L'episodio risale all'agosto 2020, quando la donna, giunta al lavoro qualche minuto prima dell'inizio del turno, si è fermata nel bagno femminile per fumare una sigaretta.
Valutazione del rischio e decisioni giudiziarie
L'azienda aveva motivato il licenziamento per giusta causa sostenendo che la dipendente, in quanto preposta, avesse trasgredito il divieto di fumo in un'area a rischio di incidente rilevante. In particolare, si evidenziava la vicinanza con un'operazione di svuotamento di liquido disinfettante ad alto contenuto alcolico.
Tuttavia, una perizia tecnica disposta dal giudice ha escluso la sussistenza di un pericolo concreto. L'esperto ha stabilito che il bagno era un locale separato, privo di particolari prescrizioni e che i materiali infiammabili presenti, come la carta igienica, comportavano un rischio minimo, paragonabile a quello di un'abitazione civile.
Reintegro e risarcimento per la lavoratrice
La Suprema Corte ha ribadito l'orientamento giuridico attuale, che non prevede un divieto generalizzato di fumo e che richiede la dimostrazione di un rischio concreto per la sicurezza per giustificare un licenziamento. Di conseguenza, la società è stata condannata non solo alla reintegrazione della dipendente, ma anche al pagamento di un'indennità risarcitoria fino a 12 mensilità, dei contributi previdenziali e assistenziali, oltre a una somma per l'illegittima sospensione e le spese legali.