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Il giornalista Vittorio Emiliani ripercorre le sue origini, la formazione universitaria interrotta e l'inizio della sua carriera nel giornalismo economico. Dalla passione per i quotidiani alla collaborazione con importanti testate, fino all'approdo al Giorno sotto la guida di Italo Pietra.

Gli esordi e la scelta universitaria

Vittorio Emiliani, figura di spicco nel giornalismo e nella saggistica, ha condiviso i suoi ricordi d'infanzia e giovinezza. Nato a Predappio, la sua famiglia si trasferì a Copparo, nel Ferrarese. Dopo aver conseguito la maturità classica al liceo Ariosto di Ferrara, il padre, segretario comunale, vinse un concorso a Voghera. Questa mossa avrebbe potuto portare Emiliani a studiare all'Università di Pavia.

Il padre, un ex ufficiale di cavalleria, non approvò la scelta di studiare Lettere, già intrapresa dalla sorella Adriana e non vista di buon occhio vista la presenza del fratello Andrea, futuro storico dell'arte. Anche Scienze Politiche fu scartata. La facoltà di Giurisprudenza non incontrò il suo favore, descritta come un ambiente «vecchio» e con presenze fasciste. Emiliani non completò gli studi universitari.

La passione per la carta stampata

Fin da giovane, Emiliani nutriva una profonda passione per i giornali, divorandoli in ogni loro sezione, incluse quelle sportive. Il primo numero de Il Giorno lo conquistò immediatamente, distinguendosi nettamente dalle altre testate dell'epoca, considerate più formali. Apprezzava in particolare l'uso dei colori, le rubriche e i fumetti del nuovo quotidiano.

A Voghera, fu tra i promotori del settimanale laico Il Cittadino, diretto da Ambrogio Arbasino. Successivamente, a Pavia, assunse la direzione di Ateneo Pavese, il foglio degli studenti universitari. Le sue collaborazioni si estesero a pubblicazioni come Comunità, Il Mondo di Mario Pannunzio e L'Espresso.

La vicina Milano esercitava un forte richiamo. Qui conobbe Camilla Cederna, con cui realizzò alcune inchieste. La sua carriera prese slancio con collaborazioni a L'Espresso, prima di ricevere la chiamata di Italo Pietra per Il Giorno, dove rimase per quattordici anni, fino al 1974, occupandosi di economia e svolgendo il ruolo di inviato.

L'esperienza al Giorno e Italo Pietra

L'incontro con Il Giorno, allora diretto da Gaetano Baldacci, avvenne tramite un concorso per giovani giornalisti. Emiliani partecipò, venne premiato e il suo articolo fu pubblicato. Italo Pietra, ricordando la lettura del suo pezzo, gli propose una collaborazione, chiedendogli un'ampia inchiesta sui porti italiani. Questo lavoro lo portò a visitare porti internazionali come Le Havre e Marsiglia, oltre a quelli inglesi.

Nonostante l'intenzione di trasformare l'indagine in un libro, progetti editoriali e qualche esitazione personale ne impedirono la realizzazione. Inizialmente pagato a pezzo, con compensi tra le 25.000 e le 50.000 lire, dopo un anno e mezzo di collaborazione, arrivò l'assunzione. Fu assegnato alle pagine di economia e finanza, sotto la guida di Massimo Fabbri, un suo concittadino romagnolo, con cui nacque un profondo rapporto di amicizia e stima.

La redazione e la direzione esigente

I primi tempi al giornale furono dedicati alla Borsa, un'attività che Emiliani definisce «una noia terribile». Questa mansione era un preciso volere di Fabbri, finché la gestione della Borsa non fu affidata a un'agenzia specializzata. Solo allora Emiliani poté dedicarsi maggiormente alla scrittura e alle inchieste, soprattutto dopo essere diventato inviato.

Italo Pietra, il direttore, era descritto come una figura esigente. Richiedeva articoli brevi, chiari, con un'apertura (lead) capace di catturare immediatamente l'attenzione del lettore. La precisione dei dati e delle cifre era fondamentale, richiesta al millesimo. Pietra, ex alpino con esperienze in Abissinia e sul fronte greco-albanese, manteneva uno spirito rigoroso. Emiliani ricorda un aneddoto in cui lo definì «un alpino dell’Oltrepò appenninico», suscitando una risata.

La redazione del Giorno di quegli anni era un crogiolo di talenti. Massimo Fabbri fu fondamentale nell'insegnargli il ritmo del quotidiano, diverso da quello dei periodici a cui era abituato. Da Mario Fossati, della redazione sportiva, imparò la «concinnitas», ovvero la capacità di sintesi e concisione. Fossati era un giornalista di straordinario talento, capace di condensare tutto in quaranta righe, ma la sua figura rimase forse un po' in ombra, nonostante il suo carattere a volte ombroso e le sue memorabili reazioni.

Tra le altre figure presenti, Emiliani menziona Gianni Clerici, noto come «il giovin signore», esperto di tennis. E non poteva mancare un riferimento a Giovanni Luigi Brera, detto Gianni, definito «unico» e insuperato. Brera chiamava Emiliani «il biondino» e gli dedicò un pezzo con una caricatura di Tullio Pericoli, narrando un episodio in cui, dopo una cena, rientrò a Voghera con l'ultimo treno della notte, un'esperienza che Brera immortalò con un incipit suggestivo: «Vittorio Emiliani, ch’io mi credea di Voghera, mi si rivela di Predappio».

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