La Cassazione ha confermato la condanna per la morte di un medico dovuta a un batterio killer contratto in ospedale. La famiglia riceverà un risarcimento di 1,2 milioni di euro.
Caso batterio killer: la Cassazione conferma il risarcimento
La Corte di Cassazione ha posto fine a una lunga vicenda giudiziaria. La decisione riguarda la morte di un medico vicentino. Questo è avvenuto a causa di un batterio contratto durante un intervento chirurgico. La sentenza stabilisce un risarcimento di 1,2 milioni di euro per i familiari della vittima.
La responsabilità è stata attribuita sia all'ospedale che alla società produttrice del macchinario medico. I giudici hanno ritenuto che entrambi abbiano concorso nel causare il decesso. La decisione conferma le sentenze di primo e secondo grado.
La morte del dottor Paolo Demo
Il dottor Paolo Demo, anestesista molto stimato, è deceduto il 2 novembre 2018. La sua morte è sopraggiunta dopo mesi di sofferenze. Il medico aveva documentato le fasi della sua drammatica esperienza. La sua denuncia ha acceso i riflettori sul cosiddetto caso “chimaera”.
Le indagini e le cause legali si sono estese in diversi tribunali italiani. La vedova e le figlie del dottor Demo hanno intrapreso la causa civile. Erano assistite dagli avvocati Pier Carlo Scarlassara e Adolfo Zini. Si sono costituite contro l'Ulss Berica e le società produttrici Livanova e Sorin.
Il macchinario contaminato e il batterio “chimaera”
Il batterio responsabile dell'infezione è stato identificato come “chimaera”. Il dottor Demo lo contrasse durante un intervento di sostituzione della valvola aortica. Questo avvenne il 7 gennaio 2016 presso l'ospedale San Bortolo di Vicenza. La fonte dell'infezione fu un macchinario per la circolazione extra corporea del sangue.
La società produttrice aveva già segnalato il rischio di infezione un anno e mezzo prima. Nonostante l'allarme, presso il San Bortolo non furono eseguite adeguate procedure di disinfezione. Mancò anche il campionamento bisettimanale del macchinario. Questo era raccomandato dall'azienda produttrice.
I consulenti tecnici d'ufficio, il medico legale professor Raffaele Giorgetti e l'infettivologo professor Marcello Tavio, furono determinanti. Essi evidenziarono la correlazione tra il macchinario e l'infezione contratta dal paziente. La contaminazione potrebbe essere avvenuta fin dall'origine dell'attrezzatura. Tuttavia, una disinfezione accurata avrebbe potuto ridurre il rischio.
Responsabilità condivisa e risarcimento
La causa del decesso è stata ascritta a complicanze post-infezione. L'infezione fu acquisita dal paziente durante l'intervento chirurgico. La responsabilità è stata quindi suddivisa. L'Ulss Berica è stata ritenuta colpevole per non aver verificato l'infettività del macchinario. Le società Livanova-Sorin sono state ritenute responsabili per aver prodotto un macchinario pericoloso e per la sua manutenzione inadeguata.
Il risarcimento totale ammonta a 1,229 milioni di euro. Questa cifra dovrà essere rivalutata a partire da novembre 2018. A ciò si aggiungono decine di migliaia di euro per le spese legali. Il risarcimento copre i danni da inabilità temporanea, catastrofale, patrimoniale e da perdita del rapporto parentale.
Il memoriale del medico e il caso nazionale
Il memoriale redatto dal dottor Demo fu fondamentale. Descrisse dettagliatamente la sua condizione e le presunte cause. L'indagine della procura berica diede origine al “caso chimaera”. Questo coinvolse numerosi ospedali italiani. Molti pazienti operati con lo stesso macchinario furono colpiti dal batterio. La diagnosi non era sempre chiara, portando a scambi di sintomi con altre patologie.
L'allerta lanciata dalla casa produttrice e la scoperta scientifica del micobatterio risalgono al 2014-2015. La tragedia del medico vicentino ha avuto l'effetto di sensibilizzare e migliorare i controlli. Ciò ha contribuito a prevenire ulteriori decessi.