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Un'area a Montorio, un tempo campo di concentramento, viene valorizzata come luogo di memoria. Qui furono detenuti e torturati ebrei romani, prigionieri politici e parenti di renitenti alla leva. La visita guidata sottolinea l'importanza della memoria per la salute della democrazia.

La memoria come baluardo democratico

La senatrice Liliana Segre ha sottolineato l'importanza della memoria. Ha affermato che praticarla aiuta a mantenere sana la democrazia. Esistono luoghi che, pur senza nome, hanno un'anima. Questi luoghi servono da monito. La democrazia e la libertà non sono mai acquisite per sempre. Coltivare la memoria è un esercizio fondamentale. Aiuta a restare umani e consapevoli.

Queste parole risalgono al gennaio 2022. Furono pronunciate in occasione della presentazione di un progetto. Il progetto mirava a valorizzare l'ex campo di concentramento di Montorio. Questo sito, situato vicino a via del Vegron, è ora gestito da associazioni locali. Le associazioni Figli della Shoah e Montorioveronese.it se ne prendono cura attivamente. Il luogo è diventato meta di visite guidate. Non solo in occasione del Giorno della Memoria.

Recentemente, volontari hanno accompagnato 35 visitatori. Hanno ripercorso la storia del luogo. Hanno cercato di ricostruire gli eventi accaduti negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Un viaggio indietro nel tempo, a pochi passi da casa.

Dat La Colombara: prigionia e deportazione

Intorno al 10 febbraio 1944, un gruppo di oltre 60 ebrei romani fu arrestato. Tra loro c'erano 8 bambini. Furono trasferiti a Verona, in un edificio a Ponte Cittadella. A metà aprile dello stesso anno, il gruppo fu spostato a Montorio. La loro destinazione era la DAT La Colombara. Speravano fosse l'ultima tappa prima della fine della guerra.

Tuttavia, il 12 maggio, le truppe tedesche fecero irruzione. I prigionieri furono costretti a raccogliere i pochi averi. Furono caricati su un autobus diretto a Fossoli, in provincia di Modena. Il 16 maggio, da Fossoli, vennero stipati in carri bestiame. Il convoglio li condusse ad Auschwitz.

Solo 11 persone di quel gruppo sopravvissero all'orrore del campo di sterminio in Polonia. Il campo di Montorio fu anche teatro di torture. Oppositori politici e parenti di renitenti alla leva furono internati e maltrattati. Tra loro figurano nomi come Concetta Fiorio e Matilde Lenotti.

Le associazioni sottolineano una realtà scomoda. La Shoah e la repressione politica non furono eventi lontani. Non si limitarono a luoghi iconici come Auschwitz. Si estesero capillarmente, toccando anche piccole comunità come quella veronese.

La riscoperta del sito storico

Per decenni, l'area divenne un semplice ricovero per attrezzi agricoli. La sua riscoperta avvenne nel luglio 2017. Tre ricercatori appassionati, Roberto Rubele, Gabriele Alloro e Cristian Albrigi, raccolsero fonti scritte e oltre settanta testimonianze orali. La loro ricerca iniziò nel 2014.

L'obiettivo era capire cosa fosse accaduto a Montorio alla fine della guerra. Il 26 aprile 1945, durante il ritiro delle truppe tedesche, si verificò una strage a Montorio e Ferrazze. Grazie a pochi ma significativi documenti, realizzarono interviste. Le indagini portarono all'individuazione del campo di concentramento.

L'Istituto veronese per la storia della Resistenza era a conoscenza della presenza passata di un campo. Collaborano con l'associazione Montorioveronese.it, presieduta da Roberto Rubele. Tuttavia, il sito preciso non era mai stato identificato.

Le testimonianze orali si rivelarono cruciali. Trovare il luogo fu difficile. Molti racconti indicavano un campo a San Michele. L'edificio si trovava infatti in aperta campagna, lontano dai centri abitati. Si stima che circa 60 ebrei romani vi furono detenuti. Insieme a loro, prigionieri politici e parenti di renitenti alla leva. Matilde Lenotti, arrestata dopo l'assalto al carcere degli Scalzi, vi rimase imprigionata per un mese.

La «casa delle botte»: torture e violenze

I detenuti venivano prelevati dalle loro case. Spesso per motivi futili o con inganni. Venivano condotti alla grande caserma detta Casermette. Da lì, venivano trasferiti alla DAT La Colombara. Percorrevano un sentiero sterrato nella campagna.

Le testimonianze raccolte dalle associazioni descrivono un'area perimetrale delimitata da una rete metallica. I prigionieri potevano circolare per brevi periodi. Guardie armate e cani da guardia pattugliavano l'area. Le testimonianze parlano di minacce e torture.

Alcune persone venivano calate a testa in giù in un pozzo. Le gambe legate, la testa immersa nell'acqua. Altri venivano appesi per ore agli alberi da frutta, sempre a testa in giù. Venivano liberati solo dopo aver perso conoscenza. Le urla strazianti dei torturati riecheggiavano. Un prigioniero che tentava la fuga veniva immediatamente ucciso da una raffica di mitra. Il suo corpo rimaneva a terra per l'intera giornata come monito.

Matilde Lenotti: una promessa mantenuta

Anche Matilde Lenotti fu internata a Montorio per circa un mese. Racconta: «Entro e sento chiudere la porta col catenaccio». Descrive uno stanzone, forse una stalla. C'erano molte donne, sdraiate per terra. Avevano solo qualche coperta. Le dissero: «Ne hanno portata un'altra!». Lei replicò: «Ma io sono venuta solo per un interrogatorio». Le risposero: «Lo hanno detto anche a me e sono tre mesi che sono qui».

C'erano madri, nonne, sorelle dei ricercati. Fu a loro che Matilde Lenotti promise: «Quando andiamo fuori io racconterò questa storia». Ha mantenuto la sua parola, testimoniando le atrocità subite.

L'ultimo eccidio

I volontari narrano anche della terribile giornata del 26 aprile 1945. Durante il ritiro delle truppe tedesche, si verificò un eccidio a Montorio e Ferrazze. Questo evento segna uno degli ultimi atti di violenza prima della fine della guerra nella zona.

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