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Alberto Trentini, cooperante umanitario, denuncia le tattiche repressive del regime venezuelano. Dopo 14 mesi di detenzione, sottolinea l'importanza dell'attenzione internazionale e il dramma dei prigionieri politici ancora rinchiusi.

Trentini denuncia la repressione in Venezuela

L'attenzione internazionale rappresenta l'unica garanzia di sopravvivenza. Il silenzio, invece, è lo strumento principale del regime. Queste le parole di Alberto Trentini, cooperante umanitario, durante il Festival della Politica. L'anno precedente, lo stesso evento aveva chiesto a gran voce la sua liberazione.

Oggi, Trentini è tornato libero. Ha espresso gratitudine per la "scorta mediatica" che lo ha sostenuto durante i suoi quasi 14 mesi di prigionia in Venezuela. Ha anche posto l'accento sulla sorte di coloro che sono ancora detenuti.

Sul palco, insieme al direttore del Festival Nicola Pellicani e a Beppe Giulietti dell'associazione Articolo 21, Trentini ha rivelato dati sconcertanti. «Dopo la caduta di Maduro, i detenuti sono ancora 328», ha affermato. Molti sono vittime di sparizioni forzate, rapimenti o utilizzati come pedine di scambio dal governo.

La macchina repressiva del regime venezuelano

Il cooperante, originario del Lido di Venezia, vanta vent'anni di esperienza in tutto il mondo. Ha descritto nel dettaglio la "macchina repressiva" messa in atto dal regime. Il sequestro, effettuato dal Sebin (Servizio bolivariano di intelligenza militare) o dalla Dgcim (Direzione generale di controspionaggio), avviene senza che le autorità convalidino gli arresti nei tempi previsti dalla legge.

«La normativa prevede 62 ore, nel mio caso sono passati tre mesi», ha ricordato Trentini. Ha poi evidenziato la totale assenza dell'istituto dell'habeas corpus. Questo porta all'isolamento e all'annullamento della persona. «Non sono ammessi avvocati privati, i processi sono una farsa», ha spiegato.

Le condanne comminate sono pesantissime. Si parla di 30 anni di carcere per presunta cospirazione, terrorismo o tradimento della patria. Le condizioni nelle celle di Rodeo I sono descritte come disumane. Spazi di due metri per quattro, infestati da scarafaggi. L'acqua disponibile proviene da un rubinetto posto sopra una latrina.

«Le persone sono impegnate a sopravvivere senza sparire», ha aggiunto Trentini, sottolineando la lotta quotidiana per la mera esistenza.

Il futuro di Alberto Trentini

Dopo la sua liberazione, Trentini ha cercato di ricostruire la sua vita. «Ho voluto cercare di tornare alla mia vita, a una nuova normalità», ha raccontato. L'esperienza passata è stata oggetto di profonda riflessione. Attualmente, sta scrivendo un libro che lo tiene molto impegnato.

«Sono stati mesi abbastanza utili per riprendere il controllo della situazione», ha commentato. Nonostante il trauma subito, il suo desiderio è quello di tornare a fare il cooperante. «È un lavoro bellissimo, a cui non intendo rinunciare», ha dichiarato.

Trentini ha specificato che si sta solo prendendo una pausa. La sua vocazione umanitaria rimane intatta, nonostante le avversità affrontate in Venezuela. La sua testimonianza getta luce sulle gravi violazioni dei diritti umani nel paese.