Gino Cecchettin esprime la speranza che il film dedicato alla figlia Giulia, presentato alla Festa del Cinema di Roma, possa rappresentare un "percorso di salvezza" per chiunque si identifichi nel dolore raccontato. La pellicola mira a trasformare una tragedia privata in un impegno civile collettivo.
Il film su Giulia Cecchettin alla Festa del Cinema
La decisione di realizzare un film su Giulia Cecchettin è stata molto sofferta. Gino Cecchettin ha rivelato che il racconto di una storia può portare conforto. Una testimonianza di una giovane donna in aereo lo ha particolarmente colpito. Lei gli ha detto: «Grazie per quello che fai, grazie alla storia di Giulia io sono riuscita a rimanere in vita».
Queste parole hanno contribuito a convincerlo. Cecchettin ha parlato in apertura della conferenza stampa. L'evento si è tenuto alla Festa del Cinema di Roma. Insieme ad Alice nella città, è stato presentato in anteprima il film «Se domani non torno». La regista è Paola Randi.
La pellicola ripercorre il femminicidio di Giulia Cecchettin. La storia è narrata dalla prospettiva della famiglia della vittima. Giulia fu uccisa nel 2023 dall'ex fidanzato, Filippo Turetta. Quest'ultimo è stato condannato all'ergastolo.
«Se domani non torno»: la trama e il cast
Il film trae libera ispirazione dal libro «Cara Giulia». L'opera è di Gino Cecchettin con Marco Franzoso. L'uscita nelle sale è prevista per il 5 novembre. La distribuzione è curata da Notorious Pictures, che è anche produttrice.
Nel cast spiccano nomi importanti. Filippo Timi interpreta Gino Cecchettin. Sabrina Martina veste i panni di Giulia Cecchettin. Tecla Bossi è la sorella Elena. Tommaso Allione interpreta il fratello Davide.
Nel film recitano anche Rossana Mortara, Lia Grieco, Denis Fasolo e Linda Caridi. La storia è ambientata a Vigonovo. Si tratta di un piccolo paese nella provincia di Venezia.
Il racconto della tragedia e l'impegno civile
La narrazione si concentra sui giorni della tragedia. La scomparsa della 22enne Giulia avvenne a pochi giorni dalla laurea. La data era l'11 novembre 2023. Inizialmente, il padre pensò a un rapimento da parte di Turetta.
Il nome dell'assassino non viene mai pronunciato nel film. Egli non appare mai. La storia attraversa tappe cruciali. Si parla dell'inizio del clamore mediatico. Viene descritta l'ansia e la paura della famiglia. Si narra il ritrovamento del corpo di Giulia.
Viene raccontato l'arresto di Turetta. Si evidenzia la reazione di Elena. Davanti alle telecamere, richiamò l'attenzione sul legame tra questi crimini e la cultura dello stupro. Sottolineò anche il peso del patriarcato.
Il film mostra la volontà di Gino di agire in prima persona. Il suo obiettivo è evitare che tragedie simili si ripetano. Per questo motivo, fonderà la fondazione Giulia Cecchettin.
La speranza di Gino Cecchettin: trasformare il dolore
«Raccontare le storie, in qualche modo, significa raccontare un dolore», ha osservato il padre di Giulia. «Qualcuno può vedere in quel dolore un percorso di salvezza, e questo è in linea con quello che vogliamo fare».
Con la fondazione, «vogliamo portare quel messaggio in modo più capillare all'interno della nostra comunità, della nostra nazione», ha aggiunto. Per Cecchettin, è stato difficile. Alcune cose si vorrebbero custodire nel privato. «Però, se non raccontiamo il dolore, purtroppo quel dolore lo riviviamo, cosa che poi è successa».
Nella vita di Giulia, forse i ragazzi possono intravedere un po' della loro esperienza. Potrebbero trovare il coraggio di compiere qualche azione. La speranza è che gli spettatori del film, oltre a conoscere la storia della famiglia, conoscano anche un po' di se stessi.
L'auspicio è che inizino a diventare «agenti di cambiamento». Sono figure di cui la società ha tanto bisogno. La regista Paola Randi ha spiegato che nel libro dell'omicida non si fa mai il nome. Lei e la cosceneggiatrice Lisa Nur Sultan erano in sintonia su questo punto.
«Questo è un film che racconta la storia dell'assenza di Giulia e il percorso che la sua famiglia ha fatto per riuscire a trasformare un dolore privato così grande in impegno civile», ha detto la regista.
La responsabilità sociale e la decostruzione del patriarcato
«Quando si individua un colpevole in qualche modo è come se questo assolvesse tutti gli altri (nella società). Invece no», ha aggiunto la regista. «Prima i femminicidi era come se fossero compiuti solo da maniaci, cattivi, pazzi venuti da chissà dove».
Poi ci si è resi conto che chi ammazza le donne sono molto spesso quelli che le dovrebbero amare. Si tratta dei compagni, dei mariti, delle persone che ci stanno intorno. Questa famiglia «ha fatto appello alle coscienze di tutti».
«Dobbiamo essere consapevoli che la società è fatta da noi, quindi anche il patriarcato lo è e possiamo decostruirlo», ha concluso la regista. Il film mira a sensibilizzare il pubblico.