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L'analisi di Maurizio Marzi Wildauer esplora come l'atopia, ovvero la mancanza di radici e identità, abbia trasformato Trieste da città cosmopolita a teatro di conflitti. Il libro "Il genio di Trieste" indaga le cause di questo radicale cambiamento.

L'analisi del libro "Il genio di Trieste"

Il volume "Il genio di Trieste" di Maurizio Marzi Wildauer offre una prospettiva inedita sulle profonde trasformazioni della città. L'autore si interroga sulle ragioni che hanno portato Trieste, un tempo centro prospero e cosmopolita, a diventare teatro di violenti nazionalismi e conflitti etnici. La risposta, secondo Marzi Wildauer, risiede nel concetto di "atopia".

Il termine "genio", nel contesto del libro, non si riferisce alla genialità intellettuale. Indica piuttosto lo spirito che guida il destino di un luogo, il suo carattere distintivo e la sua energia vitale. L'autore ipotizza che sia stata proprio questa "atopia", intesa come assenza di radici e di un profondo legame con il territorio, a innescare il declino della città.

La nascita di una città 'senza luogo'

Marzi Wildauer definisce l'atopia come una condizione di "fuori luogo" o "senza posto". Questo concetto si distingue da quello di "non luogo" teorizzato da Marc Augé, che si applica a spazi come stazioni o centri commerciali. L'autore, invece, applica l'atopia a un'intera città, Trieste, creata artificialmente dalle fondamenta. Questo processo ebbe inizio con Maria Teresa d'Austria e proseguì con suo figlio Giuseppe II.

L'autore sottolinea l'importanza del legame antropologico tra l'essere umano e il suo luogo d'origine. Questo legame, non scelto ma innato, si crea misteriosamente tra l'individuo e l'ambiente in cui vive. Nel 1719, l'istituzione del porto franco da parte degli Asburgo a Trieste portò a significativi cambiamenti culturali e spirituali, ma soprattutto economici. La città fu proiettata nella modernità da un regime che richiamava il Medioevo.

Venne edificata una città di fondazione, priva di un passato consolidato o di radicamenti storici. I suoi abitanti provenivano da altrove, attratti principalmente da opportunità di affari. Giuseppe II accentuò ulteriormente questo processo. In una Trieste profondamente religiosa, dove la Compagnia di Gesù formava la classe dirigente, il sovrano intraprese riforme radicali. Vendette conventi, trasformò la curia in ospedale e privilegiò il commercio a scapito della religione, come evidenziato dallo studioso Michele Scozzai.

Le conseguenze dell'atopia triestina

Questo vento di sradicamento cancellò il passato della città, proiettandola verso un futuro multiculturale e multireligioso. Trieste divenne una sorta di "Las Vegas" dell'epoca, fondata non sul gioco d'azzardo ma sull'arricchimento economico. Gli storici citati da Marzi Wildauer confermano la rapidità di questo cambiamento: in soli sei o sette anni, oltre la metà degli abitanti non era nata a Trieste. Questa sostituzione demografica alterò profondamente il senso di appartenenza e di "abitare" la città.

Francesco Magris, nella prefazione al libro, definisce la tesi di Marzi Wildauer "innovativa e controcorrente". Egli riassume il concetto chiave: la società moderna e cosmopolita di Trieste, dove le differenze sembravano superate da una comune tensione liberale e capitalista, non resse all'urto dei nazionalismi. Le sue modalità di nascita e sviluppo artificiali l'avevano resa un'atopia, un non luogo scollegato da ogni radicamento culturale e valoriale. Questa fragilità la rese vulnerabile all'irruzione violenta della politica.

Mentre altre città come Roma, Venezia e Milano erano già segnate da conflitti interni, a Trieste il primo grande scontro divampò solo nel 1868 con Guglielmo Oberdan. Il XX secolo trasformò questo centro di 300mila abitanti in un focolaio di atrocità. Due conflitti mondiali, i nazionalismi e le tensioni con la comunità slava cancellarono due secoli di "cosmopolis". Il fascismo, in particolare, trovò terreno fertile nella città "non politica". I fascisti compresero il legame tra l'idea politica e il luogo abitato, espellendo gli slavi che resistevano all'assimilazione.