Al Teatro India di Roma, l'opera "Escaped Alone" di Caryl Churchill esplora scenari postapocalittici celati dietro la normalità di un'ora del tè. Lo spettacolo, diretto da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, porta in scena riflessioni profonde sulla società contemporanea.
Un tè tra apocalisse e quotidianità
L'opera teatrale "Escaped Alone" di Caryl Churchill offre uno spaccato inquietante. Le protagoniste si riuniscono per un tradizionale tè pomeridiano. Tra conversazioni apparentemente banali su negozi e serie televisive, emergono gradualmente inquietudini profonde. La regista Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni guidano il pubblico in questo percorso. Lo spettacolo è in scena al Teatro India fino al primo novembre. Successivamente, la tournée toccherà Modena e Torino a novembre.
L'atmosfera ricorda le conversazioni delle signore inglesi nei romanzi di Ivy Compton-Burnett. In quelle narrazioni, la quotidianità nascondeva segreti e scheletri nell'armadio. Qui, la normalità si incrina per rivelare un lato oscuro. Personaggi come Sally e Lena pongono interrogativi perturbanti a Vi. Questi dubbi riguardano la morte violenta del marito di Vi. La normalità apparente si trasforma in un preludio a scenari terrificanti.
La Signora Jarret: portavoce di un futuro cupo
L'ingresso della Signora Jarret rompe gli schemi consolidati. Questo personaggio assume il ruolo di messaggera di un futuro distopico. La sua presenza apre varchi nella realtà apparentemente ordinata. Descrive una società sempre più virtuale e visionaria. Le sue parole evocano echi di autori come Cormac McCarthy. Si delineano i semi di un futuro apocalittico per la nostra società e l'umanità intera. La scena stessa contribuisce all'inquietudine. Un prato verde circondato da siepi muta con le luci. Diventa improvvisamente scuro, come se fosse stato bruciato.
La Signora Jarret, in un momento di riflessione quasi a parte, si rivolge direttamente agli spettatori. Avverte che le apparenze ingannano in modo crudele. Descrive una realtà devastata da disastri ambientali e sociali. «Le sostanze chimiche fuoriuscivano dalle crepe del denaro», narra. I primi sintomi includevano irritabilità e nausea. I sopravvissuti vennero deportati in campi profughi nel Canada settentrionale. Lì subirono disinfestazioni e persecuzioni. Le città, abbandonate dalle volpi malate, divennero spettrali per la mancanza di rifiuti.
Questi interventi macabri e noir riportano alla mente le sorti terribili dei sopravvissuti. Uomini e bambini sono vittime di una realtà malata. Sembra quasi concepita da un'intelligenza artificiale impazzita. O forse da un'IA che analizza dati per prevedere il futuro. «La malattia cominciò quando i bambini bevvero lo zucchero estratto dai corpi delle scimmie», racconta. I capelli cadevano, i piedi si gonfiavano, gli organi si atrofizzavano. I governi bonificarono le zone infette. Strinsero patti con gli alleati per bombardarsi le capitali a vicenda. I presidenti si suicidarono.
Gli ultimi esseri umani sopravvissuti erano diventati immuni al virus. Nel frattempo, questo era mutato, sterminando il plancton. Di fronte alle conoscenti che sembrano vivere in totale incoscienza, la Signora Jarret esplode. Esprime una rabbia tremenda, ripetuta ossessivamente. «Rabbia tremenda rabbia tremenda rabbia tremenda rabbia tremenda rabbia tremenda rabbia tremenda rabbia tremenda...». Poi, con un cambio repentino, conclude serenamente: «E poi ho detto grazie per il tè e me ne sono andata a casa».
Un teatro che scuote e coinvolge
Lo spettacolo intreccia la quotidianità borghese con visioni spiazzanti. Le signore, sedute in giardino attorno a un tavolino, servono e bevono il tè. Le loro conversazioni sono stereotipate. Ma queste vengono interrotte da immagini che fanno deflagrare la leggerezza apparente. Le descrizioni sono dirette al pubblico. L'intento è quello di coinvolgerlo, chiamarlo direttamente in causa. L'intera opera è pervasa da un senso di catastrofe ambientale. Questo viene inserito con sottile ironia. Ci sono richiami all'espressione e alla sessualità politicamente corrette. Contemporaneamente, su uno schermo in alto, scorrono pubblicità tra l'onirico e il reale.
Si tratta di un teatro della crudeltà. Viene combinato con uno straniamento brechtiano. L'opera sembra voler esplorare continuamente nuove azioni. Queste spaziano dal normale allo stravagante. Le tre amiche non trovano mai un momento di pace in scena. Sembra quasi che non ci si fidi della forza teatrale della parola. Il testo è fittamente dialogato. Gioca sulla scelta della lingua e delle immagini per caratterizzare i personaggi. Le interpreti riescono a rendere con precisione e svagatezza, non prive di acidità, le loro figure. Caterina Carpio interpreta Sally. Arianna Gaudio è Vi. Alice Palazzi veste i panni di Lena. Tania Garribba è la Signora Jarret. La sua complice freddezza invita il pubblico a partecipare. Alla fine, gli spettatori tributano un caloroso applauso.
Lo spettacolo è una produzione del Piccolo di Milano e del Teatro di Roma. Dopo le rappresentazioni al Teatro India, proseguirà la tournée. Dal 5 novembre sarà a Modena. Dal 10 novembre arriverà a Torino. L'opera di Caryl Churchill, con la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, rappresenta un'importante riflessione sulla condizione umana. Affronta temi attuali come la crisi ambientale e la disumanizzazione. Il tutto è filtrato attraverso una lente teatrale innovativa e coinvolgente. La messa in scena al Teatro India offre un'occasione unica per confrontarsi con queste visioni. La rappresentazione si distingue per la sua capacità di unire leggerezza apparente e profondità tematica. Un'esperienza teatrale che lascia il segno, stimolando la riflessione ben oltre il sipario.