La figlia Silvia Jacovitti condivide ricordi inediti del padre, il celebre fumettista Benito Jacovitti. Dalla sua infanzia a Termoli al suo legame con il quotidiano, emerge un ritratto di un artista che trasformava il dolore in allegria.
L'arte di Benito Jacovitti
Benito Jacovitti possedeva uno stile inconfondibile. Il suo tratto partiva da un calamaio per poi fluire sul foglio bianco. Linee a mano libera davano vita a personaggi e scenari. La storia prendeva forma insieme ai disegni. Un'idea iniziale si evolveva nel processo creativo. La figlia Silvia rammenta la sua infanzia accanto al padre. Era affascinata dalla nascita di mondi su carta. I suoi disegni erano un incanto per gli occhi.
Jacovitti era un maestro nel creare storie. I suoi personaggi, come Cocco Bill e Cip l’arcipoliziotto, sono indimenticabili. Hanno segnato il successo di un inserto giovanile. Questo supplemento appariva ogni giovedì sul nostro quotidiano. Silvia, sua figlia, ne custodisce la memoria. Ricorda il lavoro del padre per «Il Giorno dei ragazzi». Quest'inserto divenne un simbolo per un'intera generazione di lettori.
Il legame con Il Giorno
Il rapporto di Benito Jacovitti con «Il Giorno» era profondo. La figlia Silvia sottolinea la sua grande affezione. La prima avventura di Cocco Bill, il cowboy che prediligeva la camomilla, debuttò nel 1957. All'epoca, Silvia aveva solo due anni. I suoi primi ricordi sono legati alla vicinanza con il padre. Era ammaliata dal suo lavoro artistico.
Per lo stesso quotidiano, Jacovitti diede vita ad altri personaggi. Tra questi figurano Tizio, Caio e Sempronio. Creò anche la saga di Tom Ficcanaso, un reporter investigatore. Le sue storie trasmettevano un'allegria contagiosa. Univa uno spirito satirico e grottesco. Silvia descrive il padre come una persona allegra fino all'ultimo. Ricorda un suo ballo, un tip tap personale, a 74 anni. L'allegria, secondo lei, era una reazione a un animo tormentato.
Trasformare il dolore in arte
Benito Jacovitti aveva vissuto esperienze difficili. La guerra e il periodo fascista lo segnarono profondamente. Fu picchiato per non essersi presentato ai Balilla. Vide i campi di concentramento. Tornò con un orrore negli occhi. Era un uomo profondamente pacifista. Possedeva una sensibilità eccezionale. Silvia crede che abbia trasformato le brutture vissute. Non poteva cancellarle, ma le trasmutò in arte.
Il mondo dei fumetti rappresentava un rifugio. Combatteva la tristezza con la risata. Questo fu il suo modus vivendi per tutta la vita. Silvia cerca di seguirne l'esempio. Ammette che a volte è difficile. Il 3 dicembre 1997 segna un giorno di profonda tristezza. In quella data persero la vita entrambi i suoi genitori. Prima il padre, poi la madre. La casa di Roma, un tempo gioiosa, divenne fredda e spettrale. Silvia decise di venderla immediatamente.
Gli inizi e l'eredità
Il talento di Benito Jacovitti emerse fin da bambino. A Termoli, colorava i marciapiedi con i gessetti. La gente si fermava, offrendogli monete. Questo lo incoraggiò a proseguire. Aveva solo cinque o sei anni. Il nonno riconobbe il suo talento. Era felice che il primogenito trovasse un modo per contribuire economicamente alla famiglia.
In seguito, frequentò l'Accademia di Belle Arti a Firenze. Studiò anche Architettura. Oggi, il liceo artistico di Termoli porta il suo nome. Una domanda del padre risuona ancora nella mente di Silvia: «Quando non ci sarò più, che ne sarà dei miei disegni?». Capì che doveva custodire la sua opera. Ora, si impegna a divulgarla. La mostra «Cocco Bill contro la guerra» espone le sue tavole originali. Silvia si interroga su cosa penserebbe suo padre delle guerre attuali. La sua risposta è che sarebbe inorridito. Esistono ancora bambini che non conoscono la risata.
Rituali e affetti
Durante il lavoro, Benito Jacovitti aveva un solo compagno: il suo gatto. Non ammetteva interruzioni. Mostrava con orgoglio le sue creazioni solo a lavoro ultimato. Silvia poteva stargli accanto solo da piccola. I suoi occhi di bambina erano preziosi per lui. A volte, seguiva anche i suoi suggerimenti. Durante la realizzazione di una storia di Pinocchio, a tre anni, Silvia suggerì come disegnare la Fata Turchina. Il padre accontentò la figlia.
Sul primo volume della raccolta, scrisse: «A Silvia, la mia piccola Fata Turchina». Purtroppo, vendette quella raccolta. Ma Silvia è riuscita a rientrare in possesso del libro con quella dedica. È uno dei suoi beni più preziosi. Conserva il ricordo di un padre capace di trasformare il dolore in gioia. Un artista che ha lasciato un segno indelebile nella storia del fumetto italiano.