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La Cassazione ha confermato l'ordine di spegnimento degli altiforni dell'ex Ilva a Taranto. La decisione è motivata dal grave rischio per la salute pubblica legato alla presenza di amianto e all'emissione di polveri sottili.

Impianti siderurgici tarantini verso la chiusura definitiva

La Suprema Corte di Cassazione ha emesso una sentenza destinata a segnare la fine dell'attività produttiva a caldo dell'ex Ilva di Taranto. La decisione conferma il verdetto della Corte d'appello di Milano. Gli altiforni dovranno essere spenti definitivamente. Questa misura si rende necessaria a causa della persistente presenza di amianto negli impianti. Si parla di circa 2.140 tonnellate ancora presenti. Inoltre, continuano le emissioni di polveri sottili nell'atmosfera. La data del 15 dicembre 2026, inizialmente prevista dalla legge per lo spegnimento, era legata all'attesa del deposito della sentenza. Ora la palla passa ai commissari. Dovranno definire i dettagli tecnici e le tempistiche precise per lo spegnimento. Si ipotizza che, una volta spenti, gli altiforni non saranno più riutilizzabili. Questo suggerisce una chiusura irreversibile per l'area a caldo del complesso siderurgico tarantino.

La sentenza della Cassazione dedica ampio spazio alla questione dell'amianto. Questo materiale è ritenuto la causa principale di tumori maligni alla pleura. Si parla specificamente di mesotelioma da asbesto. La sua incidenza nella popolazione di Taranto e Statte risulta essere quattro volte superiore alla media attesa. Questo dato evidenzia un pericolo per la salute definito come "grave e rilevante". Tale condizione impone, secondo i giudici, la sospensione immediata dell'attività produttiva. L'amianto si trova all'interno dei cowpers degli altiforni. Funge da isolante termico. La sua rimozione totale era prevista entro il 23 agosto 2023. Erano già state smaltite 6.780 tonnellate di questo materiale. Tuttavia, l'operazione non è stata completata.

Amianto nei cowpers: un rischio concreto di dispersione

Nei cowpers, strutture fondamentali per il funzionamento degli altiforni, circola aria a temperature elevatissime, fino a 1400 gradi Celsius. Questo flusso di aria calda, necessario per alimentare gli altiforni, presenta un rischio concreto. Esiste la possibilità che le fibre di amianto vengano disperse nell'atmosfera. Ciò è particolarmente preoccupante dato lo stato degli impianti dell'ex Ilva. Vengono descritti come "obsoleti e fatiscenti". Questa situazione ha portato i giudici della Cassazione a definire "riduttivo" il principio sostenuto dalla pubblica accusa. Quest'ultima aveva chiesto di rigettare parzialmente il ricorso contro lo stop all'area a caldo. L'accusa aveva sottolineato che la rimozione dell'amianto non sempre rappresenta la soluzione migliore per ridurre l'esposizione. La Cassazione, tuttavia, ha chiarito che non si tratta di semplici edifici. Si tratta di "installazioni industriali" soggette a una normativa speciale. La cessazione dell'attività è quindi considerata necessaria per tutelare i diritti fondamentali.

La sentenza sottolinea l'importanza di bilanciare i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Questi includono il diritto alla salute, a un ambiente salubre e al lavoro. I giudici hanno affermato che il "diritto alla vita e alla salute" e il "diritto al lavoro" non possono essere contrapposti. Non devono entrare in conflitto. Viene specificato che un lavoro svolto in condizioni degradanti o pericolose non è meritevole di tutela. Lo Stato deve promuovere un diritto al lavoro che sia "salubre e sicuro". Non deve essere sottoposto a condizioni inaccettabili per garantirne il mantenimento. Il lavoro deve essere sostenuto e perseguito attraverso appropriate politiche economico-sociali. L'attività imprenditoriale, inoltre, non deve contrastare con l'utilità sociale. Non deve arrecare danno ai diritti preminenti alla salute e all'ambiente. Non deve ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana. Questi diritti sono stati riaffermati grazie all'azione di dieci cittadini tarantini e di un minorenne. Con i loro avvocati, Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, hanno promosso l'azione inibitoria che ha portato allo stop definitivo del siderurgico, un tempo il più grande d'Europa.

Il contesto normativo e sociale di Taranto

La vicenda dell'ex Ilva di Taranto è complessa e si inserisce in un contesto normativo e sociale particolarmente delicato. La città di Taranto è da decenni teatro di un dibattito acceso tra le esigenze produttive e la tutela della salute pubblica e dell'ambiente. La presenza dell'enorme complesso siderurgico ha rappresentato per lungo tempo un motore economico fondamentale per la regione. Tuttavia, ha anche comportato pesanti ricadute ambientali e sanitarie sulla popolazione locale. Le problematiche legate all'inquinamento atmosferico, alla dispersione di sostanze nocive e, in particolare, all'amianto, hanno generato una forte mobilitazione civica e numerose battaglie legali.

La sentenza della Cassazione si pone come un punto di svolta in questa lunga vertenza. Essa riconosce la preminenza del diritto alla salute e a un ambiente salubre rispetto agli interessi economici legati alla produzione. Il riferimento normativo è chiaro: la Costituzione italiana tutela esplicitamente questi diritti fondamentali. L'articolo 32 della Costituzione sancisce che "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività". L'articolo 41, invece, pur riconoscendo la libertà di iniziativa economica privata, stabilisce che essa non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute e all'ambiente. La Cassazione, quindi, applica questi principi costituzionali alla specifica situazione dell'ex Ilva.

La presenza di amianto negli impianti, soprattutto nei cowpers, è stata un elemento cruciale nella decisione. L'amianto è classificato come cancerogeno per l'uomo dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC). L'esposizione alle sue fibre è associata a gravi patologie respiratorie, tra cui il mesotelioma, il cancro ai polmoni e l'asbestosi. La sentenza evidenzia come il rischio di dispersione delle fibre, a causa delle alte temperature e dello stato degli impianti, sia concreto e inaccettabile. Questo aspetto è stato determinante per giustificare la misura drastica dello spegnimento degli altiforni. La Cassazione ha ritenuto che le misure di mitigazione proposte o attuate non fossero sufficienti a garantire la sicurezza della popolazione.

Il riferimento ai "dieci cittadini tarantini e a un minorenne" che hanno portato avanti l'azione inibitoria sottolinea il ruolo della società civile e delle battaglie legali intraprese dai cittadini. Queste azioni sono state fondamentali per portare all'attenzione dei tribunali le problematiche legate all'inquinamento e ai rischi per la salute. La sentenza della Cassazione rappresenta un riconoscimento della validità di queste istanze. Essa segna un momento cruciale per il futuro di Taranto, ponendo interrogativi significativi sulle prospettive occupazionali ed economiche della città. La sfida ora sarà quella di trovare soluzioni alternative che garantiscano la sostenibilità economica senza compromettere la salute dei cittadini e la salvaguardia dell'ambiente. Le politiche economico-sociali dovranno essere ridefinite per affrontare le conseguenze di questa chiusura.