Le indagini sulla morte di due anarchici a Roma si estendono alla provincia di Viterbo. La polizia ha effettuato perquisizioni dopo la comparsa di una scritta di solidarietà nel quartiere Carmine.
Perquisizioni in provincia di Viterbo
Le recenti indagini sulla tragica esplosione avvenuta a Roma, costata la vita a due anarchici, hanno raggiunto anche il territorio della Tuscia. Le forze dell'ordine hanno intensificato le loro attività nella provincia di Viterbo.
In particolare, gli agenti della Digos hanno condotto un paio di perquisizioni. Questi interventi sono stati effettuati nelle ultime ore. Al momento, i dettagli specifici e l'esito di queste operazioni sono strettamente riservati.
L'obiettivo primario delle indagini è identificare gli autori di una scritta apparsa nel quartiere Carmine. La frase è stata realizzata con vernice spray di colore nero. È comparsa sul muro di un'abitazione situata in via Vico Squarano.
La scritta è un chiaro riferimento alle due vittime dell'esplosione. Si tratta di Sara Ardizzone, di 35 anni, e Alessandro Mercogliano, di 53 anni. La frase recita: «Sara e Sandro vivono nelle nostre lotte». È accompagnata dal noto simbolo anarchico della 'A' cerchiata.
Ipotesi sull'esplosione e possibili complici
Le autorità stanno lavorando per ricostruire l'esatta dinamica dell'incidente nel casale del Sellaretto. La deflagrazione ha causato il crollo della struttura.
Gli investigatori non escludono che l'esplosione sia stata causata da un ordigno artigianale. Si ipotizza che Ardizzone e Mercogliano stessero tentando di assemblarlo al momento dell'incidente.
Rimane da chiarire lo scopo di tale ordigno. Potrebbe trattarsi di un'azione dimostrativa o di un vero e proprio attentato. Questo va valutato nel contesto delle attività del gruppo di appartenenza delle vittime.
Entrambi, già noti alle forze dell'ordine, sono considerati figure attive nel circuito anarco-insurrezionalista più radicale. La polizia sta cercando attivamente eventuali complici.
Si stanno verificando i contatti, gli spostamenti e le relazioni recenti delle due vittime. L'obiettivo è accertare se avessero dei fiancheggiatori. Si vuole capire se qualcuno li abbia accompagnati sul luogo dell'incidente.
Si indaga anche sul possibile ruolo di terzi nella preparazione dell'ordigno. Si valutano anche eventuali progetti più ampi che potessero coinvolgere le vittime.
Il gruppo 'Scripta manent' sotto la lente
Le indagini degli inquirenti si sono concentrate anche su un gruppo specifico. Questo gruppo ha ramificazioni anche a Soriano nel Cimino.
Si tratta del collettivo al centro dell'inchiesta denominata «Scripta manent» del 2016. Tale operazione era volta a contrastare la Federazione anarchica informale (FAI).
La FAI è stata ritenuta un'associazione con finalità eversive e terroristiche. L'inchiesta aveva portato alla luce una serie di episodi legati all'uso di ordigni esplosivi e incendiari.
Al momento attuale, tuttavia, non sono emersi collegamenti diretti tra questi fatti e le indagini in corso. Tutto è ancora da accertare e dimostrare.
L'operazione «Scripta manent», condotta circa dieci anni fa, aveva portato all'arresto di sette persone. Tra gli arrestati figuravano lo stesso Alessandro Mercogliano. Erano stati arrestati anche Alfredo Cospito, all'epoca 59enne, e la sua compagna Anna Beniamino.
Anna Beniamino, oggi 56enne, risiede a Soriano nel Cimino. In questo stesso comune vivono anche la sorella di Cospito, Claudia (57 anni), e il suo compagno Stefano Del Moro (49 anni).
Anche Claudia Cospito e Stefano Del Moro sono stati coinvolti nell'inchiesta «Scripta manent». Sono risultati tra gli otto indagati a piede libero.
Le dichiarazioni del Ministro Piantedosi
Sull'episodio dell'esplosione al parco degli Acquedotti è intervenuto anche il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi. Le sue dichiarazioni sono giunte il 25 marzo, in risposta a un question time alla Camera.
Il Ministro ha affermato: «Le analisi in corso chiariranno se ci troviamo di fronte a un atto di spontaneismo armato, compiuto in sostanziale solitudine dai due soggetti coinvolti». Ha aggiunto che si valuterà anche «se siamo in presenza di un nodo di una rete eversiva più ampia e strutturata».
Piantedosi ha definito l'accaduto come «il segnale di un'escalation programmata». Ha parlato di una «strategia che mira a colpire le istituzioni, a destabilizzare il tessuto civile, a reclutare nuovi adepti nell'odio anti-sistema, anti-atlantico, anti-sionista».
«Siamo in presenza di fattori di radicalizzazione multipli», ha proseguito il Ministro. Questi fattori «passano dall'opposizione ai provvedimenti legislativi in materia di sicurezza, alle vicende internazionali e culminano nell'incitamento all'azione violenta diretta».
Ha sottolineato una «ostilità trasversale che unisce mondi diversi dei professionisti della protesta in un'unica, pericolosa, convergenza eversiva».
Raduni anarchici a Viterbo e le tematiche
Le tematiche sollevate dal Ministro Piantedosi trovano eco in eventi recenti. Si fa riferimento a un corteo e a un convegno internazionalista tenutisi a Viterbo il 7 e 8 febbraio.
Il titolo di questi eventi era: «Sabotiamo la guerra e la repressione». Tra gli slogan scanditi durante il corteo spiccavano: «Al fianco della resistenza arabo-palestinese», «Contro il 41 bis carcere di guerra», «Libertà per tutte le compagne e i compagni».
Altri slogan includevano: «Solo la resistenza può sconfiggere il sionismo», «Contro le aggressioni imperialiste della Nato». Venne esposto anche uno striscione: «Fuori Alfredo dal 41 bis», con il simbolo anarchico.
Alfredo Cospito, condannato a 23 anni, è sottoposto al regime del «carcere duro» da quattro anni. A maggio, il Ministro della Giustizia dovrà decidere sul rinnovo di questa misura.
Le mobilitazioni a suo sostegno proseguono da tempo. Nel 2023, Cospito stesso aveva intrapreso uno sciopero della fame. Lo aveva fatto contro il regime del 41 bis. Chiedeva di scontare gli arresti domiciliari, richiesta poi respinta, a Soriano nel Cimino.
Le tematiche del corteo sono state ulteriormente approfondite in un convegno. Questo si è svolto l'8 febbraio. È durato circa sette ore. Si è tenuto in uno spazio eventi in via Treviso, nel quartiere Cappuccini.
Il convegno è stato definito «a carattere militante, non intellettuale o professorale». L'intento era dare voce ai «protagonisti delle lotte».
Lo scritto di Anna Beniamino
Tra le voci intervenute al convegno, vi era anche quella di Anna Beniamino. Ha partecipato tramite uno scritto. Questo proveniva dalla sezione «As2» di alta sicurezza del carcere femminile di Rebibbia.
Beniamino sta scontando una condanna definitiva a 17 anni e 9 mesi. Il reparto carcerario in questione, dopo la morte di Mercogliano e Ardizzone, sarebbe stato oggetto di perquisizioni. Tuttavia, queste avrebbero dato esito negativo.
Lo scritto di Anna Beniamino, datato «gennaio '26» e firmato «Anna», inizia con una riflessione sulla natura della lotta: «Qualsiasi lotta effettiva, non virtuale, implica reazione, repressione. Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e fini, con continuità e tenacia».
Con queste parole, Beniamino sembra voler indicare la linea e l'agenda per i «compagni» ancora in libertà. Ha poi sviluppato il suo pensiero su diversi temi cruciali per il movimento anarchico.
Riguardo alla lotta anarchica e antiautoritaria, ha affermato: «Credo che il discorso sia da riprendere, perché non è mai finito, né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano». Ha sottolineato l'importanza di «non lasciare in sospeso un discorso ben avviato» e di «non lasciare un compagno solo».
Ha evidenziato l'opportunità di «non sprecare un'occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti». Ha ribadito la necessità di «non lasciare soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari processi connessi alla mobilitazione». Ha concluso che «la credibilità si costruisce anche con la continuità e la costanza».
Sul regime del 41 bis, Beniamino lo ha definito: «È una gestione militarizzata del carcere, espressione nitida del controllo tecnologico dell'animale umano, della riduzione del corpo a macchina e dell'individuo recluso a simulacro corporeo da mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in stato vegetativo».
Riguardo all'alta sicurezza, ha osservato: «Stanno irrigidendo i circuiti di As con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove».
Infine, sul reato di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico, ha affermato: «È la prassi da combattere, l'utilizzo “multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico».
Le sue riflessioni sulle lotte attuali concludono il suo scritto: «Siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come movimento rivoluzionario ma d'opinione, indignazione e denuncia».
Beniamino ritiene che gli anarchici debbano «rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezza anche qui del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse postmoderne e vaghezze interclassiste». Ha esortato a «riconoscere le differenze tra rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se esercitare solidarietà tra gli oppressi o essere incapaci di riconoscere gli oppressori».
Ha aggiunto che «anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare». Ha concluso che «sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un piccolo punto di partenza, non un approdo».