Condividi
AD: article-top (horizontal)

Una donna di 71 anni è stata salvata due volte grazie a interventi d'avanguardia nel reparto di Cardiochirurgia di Teramo. La paziente ha ricevuto un nuovo trattamento per una patologia aortica complessa, dimostrando l'eccellenza della sanità locale.

Intervento complesso sull'arco aortico a Teramo

La storia di Maria Rita Pacifici, 71 anni, è un esempio di resilienza e competenza medica. La donna, originaria dell'Aquila, è stata sottoposta a un delicato intervento sull'arco aortico. Questo intervento è avvenuto presso la Cardiochirurgia dell'ospedale di Teramo. La stessa struttura l'aveva già salvata sette anni prima. In quell'occasione, affrontò una dissezione aortica di tipo A. Si trattò di un'emergenza cardiovascolare gravissima.

La malattia aortica aveva continuato a progredire. Ha interessato in modo significativo l'arco aortico. Questo ha reso necessario un nuovo intervento programmato. La sostituzione dell'arco aortico presentava rischi chirurgici elevati. Ciò era dovuto al precedente intervento subito dalla paziente. La procedura è stata definita ad alta complessità. La presenza di aderenze ha reso le cose più difficili. La chirurgia su aree già trattate comporta sfide uniche.

Tecniche innovative e team d'eccellenza

L'operazione è stata eseguita con successo. I cardiochirurghi Francesco Massi e Augusto Pellegrini hanno guidato il team. L'intervento si inserisce in un'organizzazione più ampia. Il Dipartimento diretto da Filippo Santarelli ha coordinato le attività. La UOC di Anestesia e Rianimazione cardiochirurgica, guidata da Marco Cargoni, è stata fondamentale. In sala operatoria, il contributo del personale medico, infermieristico e tecnico è stato determinante. L'anestesista Alessia Artale ha svolto un ruolo chiave. Anche la collaborazione con la Radiologia Interventistica, sotto la direzione di Pietro Filauri, è stata cruciale.

Un elemento innovativo è stato l'uso di una nuova protesi ibrida. Questa è stata personalizzata sull'anatomia della paziente. Appartiene alla piattaforma E-vita Neo EDE. È stata utilizzata per la prima volta in Abruzzo e nel Centro Italia. Ha permesso una ricostruzione più precisa e semplice dell'arco aortico. Ha ridotto la necessità di manovre e suture in zone difficili da raggiungere. Un altro aspetto rilevante è stata la tecnica di “Aortic balloon occlusion”.

Un modello di eccellenza sanitaria

Questa tecnica ha evitato il tradizionale arresto completo del circolo sanguigno. Un pallone posizionato all'interno della protesi ha garantito la perfusione del corpo. Ciò è avvenuto durante l'intervento. Si è evitata l'ipotermia. Questo ha avuto un impatto biologico positivo sul decorso post-operatorio. Il direttore generale della ASL di Teramo, Maurizio Di Giosia, ha sottolineato l'importanza dell'evento. Ha affermato che interventi di questo livello dimostrano la capacità dell'azienda di gestire percorsi di cura complessi. Ha evidenziato l'integrazione tra professionalità, organizzazione e tecnologie avanzate. Il risultato attesta l'efficacia del modello organizzativo della ASL di Teramo. Questo modello gestisce le grandi patologie dell'aorta. Si basa sull'integrazione tra esperienza chirurgica, supporto anestesiologico e lavoro di squadra.

La testimonianza della paziente

La paziente è stata dimessa dalla Cardiochirurgia. Ora si trova in riabilitazione cardiologica all'ospedale di Sant'Omero. Maria Rita Pacifici ha raccontato la sua esperienza. «Nel 2019 sono arrivata all'ospedale di Teramo in coma», ha dichiarato. «Ero in condizioni disperate. Il primario dell'epoca, Michele Triggiani, decise di tentare un intervento. Sono stata ricoverata un mese e mezzo, ma ne sono uscita sulle mie gambe». Ha continuato: «Mi sono sempre tenuta sotto controllo. Quando si è ripresentata la necessità di rioperarmi, non ho avuto dubbi. Qui a Teramo mi hanno salvata una volta e qui mi avrebbero salvata anche la seconda».

Ha aggiunto: «Mi sono fidata, e ho avuto ragione. Qui sono tutti bravi, ma anche gentili e mi sono stati vicini. Ho ritrovato le stesse doti umane e professionali che ho riscontrato allora nel reparto diretto dal dottor Santarelli». Ha concluso: «Ora mi sento un po' debole ma sto bene, i miei figli mi dicono che sono Highlander». La sua storia è un tributo alla dedizione del personale sanitario e all'innovazione medica.

AD: article-bottom (horizontal)

Questa notizia riguarda anche: