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Il processo per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020 riprende con le arringhe difensive. Si ricostruisce la tragica morte di Hakimi Lamine, detenuto 28enne, a seguito di presunti pestaggi e negligenze mediche.

Il processo per le violenze nel carcere

È ripreso il maxi-processo riguardante le violenze. Queste aggressioni sarebbero avvenute per mano di agenti penitenziari. I fatti risalgono al 6 aprile 2020. Il contesto era il pieno lockdown per il Covid-19. Il carcere interessato è quello di Santa Maria Capua Vetere. Ben 105 persone figurano come imputati. La maggior parte sono ufficiali e sottufficiali della penitenziaria. Erano in servizio proprio quel giorno. Sono coinvolti anche funzionari del Dap e medici.

L'avvocato Luigi Romano rappresenta i familiari di Hakimi Lamine. Questo giovane detenuto algerino aveva 28 anni. Morì un mese dopo i presunti pestaggi. Il decesso avvenne in una cella del reparto di isolamento. La causa ufficiale fu l'assunzione di un mix di farmaci. La Procura, tuttavia, collega il decesso allo stato psicofisico del giovane. Questo sarebbe stato compromesso dalle violenze subite. L'avvocato Romano ha definito il 6 aprile una «rappresaglia a freddo». Questa sarebbe stata attuata contro 300 detenuti. L'area interessata era il reparto Nilo. Lo scopo era ristabilire l'ordine. La sera precedente, infatti, i detenuti avevano protestato. La protesta era nata dalla positività al Covid di un recluso.

La morte di Hakimi Lamine

Hakimi Lamine era considerato uno dei leader della protesta. Secondo quanto emerso, fu pestato con violenza. Le prove provengono da video interni del carcere. I dettagli sono stati descritti nella requisitoria di luglio. I pubblici ministeri Alessandro Milita, Daniela Pannone e Alessandra Pinto hanno esposto i fatti. Il PM Milita ha definito la vicenda di Hakimi «un caso terribile, unico e spaventoso». La sua dinamica è stata giudicata sconvolgente.

Dopo il pestaggio, il giovane fu spostato. Prima in una cella al piano terra. Lì avrebbe subito ulteriori colpi. Calci e pugni sarebbero stati inferti. Successivamente, fu condotto al reparto di isolamento del Danubio. Le sue condizioni erano già «gravissime». Un altro detenuto ha testimoniato. Ha visto Hakimi «vomitare sangue». Nonostante ciò, fu nuovamente picchiato. Questa volta con un bastone da un agente. Infine, fu «abbandonato al dolore e alle urla». Nessun supporto medico gli fu fornito. La sera del 6 aprile gli fu somministrata solo una «tachipirina».

Solo il 17 aprile Hakimi ricevette una visita medico-legale. L'intervento fu possibile grazie al magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Gli fu riscontrato un «politrauma contusivo». Le lesioni erano localizzate principalmente al volto, al dorso e agli arti inferiori. Un altro medico-legale ha confermato in dibattimento. Hakimi soffriva anche di un disturbo della personalità. Le sue condizioni erano quindi «incompatibili con l'isolamento». Necessitava di piantone. Avrebbe dovuto rimanere in isolamento per 15 giorni. Questo secondo i regolamenti. Invece, vi rimase fino al 4 maggio. Giorno della sua morte.

Le accuse ai medici

La difesa ha puntato il dito contro i medici. Essi avrebbero «avallato il depistaggio post violenze». Avrebbero certificato falsamente lesioni ai poliziotti. Questo avrebbe coperto la violenza subita da Hakimi. La difesa sostiene che i medici abbiano contribuito a nascondere la gravità della situazione. Hanno ignorato le condizioni incompatibili del detenuto con l'isolamento. Hanno minimizzato le conseguenze delle percosse. La vicenda solleva interrogativi sulla responsabilità medica. E sulla protezione dei detenuti all'interno delle strutture carcerarie.

Le testimonianze e le prove raccolte delineano un quadro inquietante. Le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non sarebbero state episodi isolati. La morte di Hakimi Lamine è diventata il simbolo di questa tragedia. Il processo mira a fare piena luce sui fatti. E ad accertare le responsabilità di tutti i soggetti coinvolti. La comunità attende giustizia per il giovane detenuto. E per tutti coloro che hanno subito maltrattamenti.