Il PM Alessandro Milita ha descritto presunte torture nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, paragonando gli eventi al caso Diaz. La requisitoria mira a chiarire le responsabilità degli agenti penitenziari.
Le accuse di tortura nel carcere campano
Il pubblico ministero Alessandro Milita ha utilizzato parole forti durante la sua requisitoria. Ha paragonato gli eventi accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a quelli del caso Diaz. Questi ultimi, avvenuti durante il G8 di Genova, avevano portato a condanne europee. L'introduzione del reato di tortura è stata una conseguenza di quei fatti.
Secondo il PM, le violenze nel carcere campano tra il 6 e il 10 aprile 2020 sono state ben più gravi. Il processo vede 105 imputati. Si tratta di agenti penitenziari accusati di aver maltrattato i detenuti. Questo è accaduto durante il periodo di lockdown imposto dal Covid.
La requisitoria del PM Milita
Il PM Milita ha letto numerosi messaggi scambiati tra i vertici del carcere. Tra questi figurano l'ex provveditore Antonio Fullone. C'era anche l'allora Comandante del Gruppo di Supporto Pasquale Colucci. Presenti anche la Comandante del Nir Francesca Acerra e il Comandante della Penitenziaria Antonio Manganelli.
Questi messaggi, secondo l'accusa, dimostrano la consapevolezza dei comportamenti. Tali azioni sono considerate integranti il reato di tortura. Tra queste, il taglio della barba imposto ai detenuti che la portavano. Questo sarebbe avvenuto sia il 6 aprile che nei giorni successivi.
Dettagli sulle presunte violenze
Il PM ha elencato altri episodi. L'impossibilità per i detenuti di effettuare videochiamate con i propri familiari è stata citata. Anche la revoca del regime di apertura delle celle è sotto esame. La chiusura della sala socialità nel reparto Nilo è durata ben otto giorni.
Questo reparto era teatro dei pestaggi. La decisione di chiuderlo è stata ratificata dall'allora direttrice reggente Maria Parenti. Sia lei che Manganelli sono stati criticati. Avrebbero convalidato decisioni prese da altri, ma di loro competenza.
Il ruolo dei vertici penitenziari
Il PM ha letto un messaggio di Fullone all'allora capo del Dap Basentini. In esso si leggeva: «Il sicuro ritrovamento di materiale nelle celle ci fornirà l'occasione per chiudere i reparti». Milita ha sottolineato che Fullone non aveva l'autorità per chiudere i reparti.
Dopo la perquisizione, sono state trovate solo «quattro cretinate». Non ci sarebbe stata quindi alcuna motivazione di sicurezza per revocare il regime aperto. Né per chiudere la socialità al Nilo. La chiusura serviva, secondo Milita, a impedire ai detenuti di parlare tra loro. Questo per evitare che raccontassero le violenze subite il 6 aprile. Serviva anche a far guarire le ferite senza testimonianze.
Domande e Risposte
Cosa è successo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere?
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tra il 6 e il 10 aprile 2020, si sono verificati presunti episodi di tortura ai danni di detenuti. Questi fatti sono al centro di un maxi-processo con 105 imputati, agenti penitenziari.
Chi è il PM che ha condotto la requisitoria?
Il pubblico ministero che ha condotto la requisitoria è Alessandro Milita. Ha descritto le presunte violenze e letto messaggi tra i vertici del carcere per dimostrare la consapevolezza degli eventi.