Un detenuto è deceduto in seguito a presunti maltrattamenti e successivo abbandono nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il PM ha definito il caso «spaventoso» durante la requisitoria del processo.
La requisitoria del pubblico ministero
Il pubblico ministero Alessandro Milita ha descritto la vicenda come «un caso terribile, unico e spaventoso nella sua dinamica». Le sue parole si riferivano alla morte di Hakimi Lamine, un detenuto di origine algerina. Lamine è deceduto dopo aver subito presunti pestaggi da parte di agenti di polizia penitenziaria. I fatti contestati risalgono al 6 aprile del 2020 presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.
L'attuale procuratore aggiunto di Napoli ha presentato la sua requisitoria nell'ambito di un maxi-processo. Sono ben 105 gli imputati coinvolti in questa complessa vicenda giudiziaria. La morte di Lamine è avvenuta quasi un mese dopo gli eventi contestati, precisamente il 4 maggio 2020. Il detenuto si trovava in una cella di isolamento nel reparto denominato Danubio.
Condizioni del detenuto e negligenze
Secondo quanto emerso, Hakimi Lamine soffriva di disturbi psichiatrici. Era affetto da psicosi e schizofrenia. La sua storia clinica includeva anche un prolungato abuso di sostanze stupefacenti. Il magistrato ha sottolineato che la morte del detenuto è attribuibile alle «colpe e negligenze» di numerosi funzionari pubblici. Questi operavano all'interno dell'istituto penitenziario nel periodo in questione. Lamine sarebbe stato sostanzialmente abbandonato dopo le torture subite. Nonostante le sue continue richieste di aiuto, che evidenziavano il suo bisogno di cure, queste sarebbero rimaste inascoltate.
Il PM non esclude una possibile ipotesi. Le condotte tenute potrebbero aver indotto Hakimi ad assumere una dose eccessiva di farmaci, portandolo al suicidio. Tuttavia, il pubblico ministero ribadisce con fermezza il nesso causale. La morte sarebbe direttamente collegata allo stato psicofisico compromesso di Hakimi. Questo era conseguenza del pestaggio e del successivo abbandono.
Gestione autonoma dei farmaci
Un infermiere ha testimoniato riguardo alla gestione autonoma dei farmaci da parte del detenuto. Hakimi non assumeva le terapie immediatamente. A volte le metteva da parte, accumulandole. Le assumeva in momenti successivi, talvolta mescolandole al caffè. Altre volte ne prendeva solo una parte. Questa modalità di assunzione, definita «autogestione», potrebbe aver contribuito alla situazione clinica del detenuto.
Gli imputati nel processo
Circa trenta imputati rispondono della morte di Hakimi. Le accuse a loro carico variano a seconda del ruolo e delle responsabilità. Vi è l'accusa di morte come conseguenza del reato di tortura. Questa contestazione è rivolta principalmente a ufficiali e agenti della polizia penitenziaria. Tra questi figurano nomi come Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Annarita Costanzo e Roberta Maietta.
Altre accuse includono l'omicidio colposo. Questa imputazione è mossa agli stessi poliziotti. Ma anche all'ex direttore regionale delle carceri, Antonio Fullone. Sono coinvolti anche gli ex dirigenti del carcere Maria Parenti e Arturo Rubino. Quest'ultimo è colui che firmò la sospensione del regime aperto nel carcere. Infine, sono imputati anche i medici in servizio nell'istituto di pena: Giovanni Capuano e Francesco Andreozzi.