Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti sono tornati in Mongolia trent'anni dopo il loro primo viaggio. L'evento segna la chiusura di un cerchio, con un progetto che proseguirà nel 2027.
Un richiamo dalla Mongolia
Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti hanno sentito un forte richiamo. Questo li ha portati a tornare in Mongolia. L'evento avviene trent'anni dopo il loro primo viaggio nel 1996. Quel viaggio aveva segnato profondamente il Consorzio Suonatori Indipendenti (Csi). Ispirò anche l'album Tabula Rasa Elettrificata. Allora rimandarono un tour per rispondere a quella chiamata.
Questa volta, l'occasione è nata da un invito. Hanno partecipato al Playtime Festival di Ulan Bator il 4 luglio. Zamboni ha spiegato che un piacere si è trasformato in necessità. Ha sentito il bisogno di coinvolgere i Csi.
La Mongolia come restituzione
Zamboni descrive la Mongolia non come una storia privata. Non si va lì per prendere, ma per assorbire. La terra diventa in qualche modo propria. Il ritorno, secondo lui, è sempre una forma di restituzione. Questo viaggio rappresenta una bellissima chiusura di cerchio.
Il progetto attuale è solo il primo capitolo. Un nuovo capitolo è previsto per il 2027. L'intera formazione dei Csi tornerà a Ulan Bator. Completando così idealmente il viaggio iniziato quest'anno. Il 'Preludio' di Ferretti e Zamboni ha dato il via a questo percorso.
Un legame ancestrale e un paese che cambia
Per Ferretti, il legame con la Mongolia è quasi ancestrale. La sua famiglia era di pastori. La Mongolia è vista come uno degli ultimi luoghi. Sopravvive una civiltà che parla all'uomo contemporaneo. Il paese sta però cambiando rapidamente.
Le strade raggiungono le steppe. Con esse arriva il benessere. Ferretti si chiede chi sia lui per impedire ai mongoli di provare ciò che noi abbiamo provato. Osserva questa trasformazione con affetto. Non mostra nostalgia né giudizio.
La musica sul palco
Sul palco, la Mongolia continua a vivere. La scaletta ha incluso brani dei Cccp e dei Csi. Zamboni ha scelto pezzi che dialogassero con la potenza evocata da quelle terre. Gli arrangiamenti della band Lostatobrado hanno dato nuova forza alla voce di Ferretti.
Ferretti descrive il palco come un luogo di incrocio. L'orizzontale e il verticale si incontrano. Non è mai un problema di musica, sebbene senza di essa non esisterebbe nulla. Ogni concerto diventa una cerimonia. È sospeso tra un reading poetico e un accampamento nomade.
La musica sostiene le parole. Restituisce alla poesia una funzione collettiva. Si vive una dimensione arcaica. L'umanità si gioca al livello più basso. Senza sovrastrutture ideologiche.
La forza senza tempo delle canzoni
Questa tensione verso qualcosa che supera il presente spiega il perché. A quarant'anni dalla nascita dei Cccp, le loro canzoni parlano ancora. Anche a chi non ha vissuto quegli anni. Zamboni sottolinea che i temi toccati non sono quelli della piccola contemporaneità. Non si consumano con la pubblicazione di un album.
Per questo motivo, i Cccp non sono mai diventati un fenomeno da baraccone. Zamboni chiarisce che il nome non era un vezzo. Quella storia li attraversava profondamente. Ferretti concorda. Hanno toccato qualcosa di profondo perché la poesia permette infinite interpretazioni.
Riflessioni politiche e storiche
Il ritorno alle origini, alla Mongolia come luogo simbolico, riporta il discorso sulla storia e la politica. Ferretti ricorda che il paese è passato da un alto Medioevo magico-materico al socialismo scientifico. Lui e Zamboni visitarono la Mongolia proprio mentre quel sistema stava finendo. Questo diventa un punto di partenza per riflettere sulla Cina. Il testo originale è stato troncato qui.