Un giornalista racconta la sua esperienza a Wimbledon nel 1980, bloccato all'ingresso prima delle 11 per rispettare una rigida tradizione. Un aneddoto sulla mentalità britannica e il fascino intramontabile del torneo.
Una mattina insolita a Wimbledon
Un sabato mattina, mi sono recato a Wimbledon con un anticipo inusuale. Avevo compiti aggiuntivi da completare, desideravo finirli prima della competizione finale. Sono sceso dalla metropolitana a Southfield. Ho scelto un taxi condiviso, un'opzione da 1000 lire a persona. Questo mezzo evitava una camminata di un chilometro e mezzo. Ho osservato le lunghe code di appassionati accaniti. Questi attendevano da due giorni per acquistare solo duecento biglietti disponibili per la finale. Mi sono diretto verso le Doherty Gates. Si tratta di un imponente cancello in ferro dedicato ai leggendari vincitori di nove edizioni di Wimbledon. Un agente di polizia mi ha impedito l'accesso. Ho esibito il mio tesserino blu. Questo documento mi garantiva l'ingresso alla tribuna stampa centrale. L'agente ha scosso la testa. Mi sono sentito contrariato, ma ho mantenuto un contegno britannico.
Il dialogo con l'agente
«È il badge della stampa», ho sorriso, presentando la mia credenziale. L'agente ha risposto di esserne consapevole. Mi ha indicato il suo orologio. «Vuole venderlo?» ho chiesto, pensando che fosse un'idea bizzarra. La sua reazione suggeriva che la mia domanda non fosse gradita. Mi ha chiesto con fermezza di tornare tra la folla. «Sono della stampa», ho affermato con voce leggermente più alta. «Non sono ancora le undici», ha replicato seccamente. Ero sinceramente perplesso. La conversazione ricordava sketch comici o opere teatrali dell'assurdo. Mi sono sentito salvato dall'arrivo di circa cinque o sei fotografi.
La regola delle undici
«Vieni qui da tempi della regina Vittoria», mi ha detto uno di loro. «E ancora non sai che aprono alle undici?» La regola è «maledettamente stupida», ho esclamato. Mi sono rivolto nuovamente all'agente per ribadire il mio disappunto. «Non dico che non lo sia», ha risposto con calma. «Io sono tenuto a farla rispettare». Abbiamo atteso pazientemente le undici. La folla in attesa si è precipitata verso gli ingressi. Alcuni hanno tentato di entrare senza biglietto. Gli agenti li hanno prontamente fermati. Alla stazione di polizia avrebbero affrontato una multa. Sono finalmente entrato nella sala stampa. Mi sono messo subito al lavoro per scrivere.
Tradizione e fascino intramontabile
La storia che ho da raccontare è piuttosto lunga. Mi sento stanco e mi sovviene una citazione di Voltaire. Scriveva a un amico: «Sono stanco, ho poco tempo, perciò ti scrivo una lunga lettera». I francesi e gli americani stanno perfezionando, anno dopo anno, due tornei molto diversi. Sono entrambi degni di grande rispetto. Gli inglesi rimarranno distinti. Avranno sempre uno straordinario fascino. Questo proprio perché non mi permettono di entrare prima delle undici. Il giorno in cui, a Wimbledon, si decideranno a interrare i loro campi d'erba impraticabili. E si conformeranno alla logica attuale di Parigi e New York, la regina Vittoria si rivolterà nella tomba per l'ultima volta. L'ultimo retaggio dell'Ottocento verrà definitivamente sepolto. La notizia è stata pubblicata il 7 luglio 1980.