Un reportage dal Vietnam alla vigilia del cessate il fuoco rivela una popolazione divisa, segnata dalla paura e dal lutto. Le speranze di pace si scontrano con le cicatrici profonde lasciate dalla guerra.
La speranza di pace e la realtà della guerra
Un giornalista, assunto nel novembre 1969, documenta la realtà del Vietnam. Prima di lavorare per il nostro quotidiano, aveva collaborato con Der Spiegel. Affermava che i migliori professionisti dell'epoca lavoravano per Il Giorno. Tra questi, nomi come Bocca, Pansa e Valli. Il 23 gennaio 1973, invia un suo resoconto a due giorni dalla firma dell'accordo di pace. La tensione è palpabile.
L'imminente cessate il fuoco solleva interrogativi sul futuro. Cosa accadrà nelle campagne, dove la presenza dei vietcong è diffusa? Come reagirà la popolazione? Di chi sarà la lealtà in caso di scelta forzata? Per rispondere, il giornalista ritorna nel villaggio di Hau Thanh, nella provincia di Dinh Tuong. Questo luogo è già stato visitato nei mesi precedenti.
Il villaggio diviso e la paura del futuro
Un poliziotto locale esprime la sua preoccupazione per il giorno del cessate il fuoco. «Sarà il giorno in cui avrò più da fare», dichiara. La popolazione è già stata categorizzata in tre gruppi: sostenitori del governo, neutrali e simpatizzanti comunisti. Quest'ultimi, circa il 20%, sono descritti come analfabeti influenzati dalla propaganda. Il loro destino è incerto, ma si parla di misure per «neutralizzarli».
Il poliziotto, figlio di contadini, ha seguito un addestramento a Vung Tau. Ripete i principi del presidente Thieu contro ogni compromesso. Crede che Giap sia morto, come riportato da Radio Saigon. È convinto che il Sud continuerà a combattere, anche senza aiuti americani. «Useremo coltelli e bastoni, ma dobbiamo vincere», afferma con determinazione.
Le voci dei contadini e le ferite della guerra
I contadini riuniti ascoltano impassibili. Uno di loro invita il giornalista a bere un tè. «Se verrà la pace potrò andare nei campi alle 6 del mattino, non alle 9», dice. Ora è costretto a lavorare quando il sole è già alto, a causa dei pericoli. È stato già colpito da proiettili più volte. I vietcong lo considerano un «nazionalista», mentre i nazionalisti lo vedono come un vietcong. Sottolinea come siano loro, i civili, a perdere di più in questa guerra, subendo attacchi da entrambe le parti. I soldati, almeno, sanno da dove provengono i colpi.
Van Tau, 57 anni, è un contadino di Hau Thanh. Vive con suo padre di 86 anni, un figlio e dei nipoti nella sua capanna di bambù e foglie di cocco. Un neonato dondola in un'amaca. Quattro generazioni condividono uno spazio ristretto. Possiedono la terra grazie alla riforma agraria, ma non possono coltivarla regolarmente perché lontana e la zona è «insicura». A nord del villaggio si estende la «Piana dei giunchi», un santuario comunista fin dalla prima guerra d'Indocina.
Il villaggio dimenticato e i segni della violenza
Il villaggio di Hau Thanh non compare sulle mappe ufficiali. Per raggiungerlo, si percorrono 4 chilometri di pista polverosa tra le risaie. Proprio su questa strada, davanti a una scuola, giaceva il corpo di un giovane vietcong. Era stato trascinato con una corda al collo prima di essere ucciso. I bambini lo osservavano senza stupore.
Un soldato definisce la scena «guerra psicologica», un monito per chi si oppone al governo. All'ingresso del villaggio c'è un fortino, ma senza soldati. Le truppe regionali sono state trasferite nell'esercito regolare da due settimane. Questa è una storia che si sente spesso in questi giorni nel paese. La difesa del villaggio è affidata a 164 soldati del gruppo di autodifesa. Un'operazione di «ricerca e distribuzione» un mese prima ha lasciato solo risentimento.
Una contadina lamenta di aver perso tutto. «In ogni famiglia c'è la storia di un morto», si sente dire. C'è chi ha un ferito a causa della guerra. Una donna anziana, rimasta sola con cinque nipoti, racconta la sua tragedia. Il marito è morto di tifo, la nuora è saltata su una mina, il figlio si è suicidato. Alla domanda sul cessate il fuoco, risponde con rassegnazione: «Farò quello che faranno gli altri. L'importante è avere la pace. Comunisti o non comunisti, per me è la stessa cosa».