Veto al Santo Sepolcro: la sicurezza come pretesto?
Un divieto imposto dalla Polizia israeliana al Patriarca latino di Gerusalemme, Cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, di accedere alla Basilica del Santo Sepolcro per una celebrazione privata, ha sollevato un'ondata di condanne. L'episodio, avvenuto in concomitanza con l'inizio dell'«Operazione Ruggito del Leone», è stato motivato da ragioni di sicurezza pubblica, con particolare riferimento alla vicinanza di frammenti di missili iraniani.
Tuttavia, la spiegazione ufficiale appare inconsistente a fronte di alcune evidenze. Se la Basilica fosse realmente una zona a rischio, ci si chiede perché non venga evacuata la comunità francescana che vi risiede stabilmente, e perché sia aperta a chi vi abita e prega quotidianamente, mentre viene preclusa al Patriarca e al Custode. La libertà di scelta di chi decide di restare in zone considerate pericolose dovrebbe essere garantita, analogamente a quanto avviene per i giornalisti che operano in aree a rischio.
Le ragioni dietro il divieto: malcontento e pressione politica
È più probabile che il governo Netanyahu abbia voluto impedire al Patriarca Pizzaballa di esprimere, da un luogo altamente simbolico, il malcontento per le conseguenze della guerra in Iran e Libano e per la drammatica situazione umanitaria a Gaza. La Striscia, infatti, è diventata una zona densamente popolata, con ingegneri israeliani che starebbero trasformando la linea gialla in una frontiera permanente.
Il Cardinale Pizzaballa, figura autorevole e di lungo corso a Gerusalemme, rappresenta una voce equilibrata. La sua nomina a Patriarca aveva già suscitato critiche da ambienti palestinesi più radicali, data la sua successione a patriarchi arabi e la sua formazione accademica in Israele. La vicenda si inserisce in un contesto di rapporti storicamente complessi tra Israele e le comunità cristiane locali, spesso percepite come vicine alle posizioni palestinesi.
Cristiani in Terra Santa: un equilibrio sempre più fragile
Le comunità cristiane in Terra Santa affrontano non solo le tensioni politiche, ma anche il fondamentalismo religioso e un progressivo impoverimento economico, che ha ridotto la loro percentuale sulla popolazione totale. Nonostante lo «status quo» del 1852 e l'Accordo fondamentale del 1993 tra Israele e Vaticano, che disciplinano i diritti delle comunità cristiane nei luoghi santi, si registrano da anni limitazioni, come il divieto ai cristiani di Betlemme di raggiungere Gerusalemme per le festività natalizie e pasquali.
La presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha definito il divieto al Patriarca un'«offesa alla libertà religiosa». Sebbene il diritto di Israele a difendersi non sia in discussione, le ambizioni territoriali dell'estrema destra religiosa e la continua colonizzazione della Cisgiordania, accompagnata da violenze impunite dei coloni, sollevano serie preoccupazioni. L'Italia dovrebbe promuovere attivamente la costruzione di una sicurezza complessiva per la regione e i suoi popoli, anziché mantenere una posizione reticente.