Tahar Ben Jelloun: il regime iraniano resisterà, siamo impotenti
Lo scrittore Tahar Ben Jelloun analizza la situazione in Medio Oriente, definendo il regime iraniano resiliente nonostante la sua natura oppressiva. Esprime profonda impotenza di fronte alla violenza e alla mancanza di diritto internazionale, criticando le azioni di potenze mondiali e l'assenza di reazioni politiche significative.
Ben Jelloun: regime iraniano resiliente e dittatoriale
Le parole diventano un esercizio arduo nel nostro attuale "mondo di follia". Lo scrittore Tahar Ben Jelloun ribadisce questo concetto più volte. Ha partecipato a un incontro a Roma, durante la Festa del Libro e della Lettura Libri Come. L'evento si è tenuto all'Auditorium Parco della Musica. Il tema centrale era la Democrazia e il Medio Oriente. Ben Jelloun ha offerto una prospettiva disincantata sulla stabilità dei regimi autoritari.
«Il regime iraniano resisterà in sfregio a tutto, anche sacrificando i suoi giovani», ha affermato lo scrittore. La sua analisi è stata sviluppata in un lungo dialogo con Paola Caridi. «Questo regime non cadrà sotto i colpi delle armi americane, israeliane», ha proseguito. La ragione risiede nella sua base: «si basa sulla fede e religione». Queste forze diventano pericolose «quando scappano di mano», ha aggiunto.
Ben Jelloun ha una lunga storia di attenzione verso il conflitto israelo-palestinese. Segue i suoi sviluppi da sempre. Questo interesse è testimoniato dal suo libro «L'anima perduta di Israele». L'opera è stata completata nel luglio 2025. La sua riflessione parte da una domanda cruciale: «Cosa si può fare per il Medio Oriente?». La risposta è amara: «Non posso fare nulla».
La situazione attuale è caratterizzata dal «disprezzo della legge, del diritto». Ben Jelloun critica duramente l'approccio delle potenze mondiali. Vede una «banalizzazione della legge del più forte». Il diritto non prevale più. Vince chi è più potente. Questo scenario ha conseguenze globali. Altri Stati potrebbero decidere di aggredire i vicini. Lo fanno perché vedono che «lo fanno gli Usa e Israele». La domanda retorica è chiara: «perché non possiamo farlo noi?»
Lo scrittore lamenta la scomparsa di spazi fondamentali. Non c'è più posto per la politica, il pensiero, la civiltà. «Quello che ci rende umani sta morendo», ha dichiarato. Questo scenario provoca sofferenza. Ci sentiamo «impotenti, soli». L'Europa e l'Africa non sono in grado di impedire nulla. Il regime iraniano è descritto come «marcio, abbietto, una dittatura». Non ha esitato a «uccidere i suoi stessi figli». È uno dei regimi più orribili. Il popolo iraniano ha tentato di opporsi. È stato «massacrato». Oltre 30 mila civili sono stati uccisi. Almeno un centinaio di giovani sono stati impiccati. Ben Jelloun sente di non poter più tacere. La sua voce si alza contro l'oppressione.
L'impotenza di fronte alla violenza e la perdita della coscienza politica
Di fronte a questo senso di impotenza, cosa significa usare le parole? Ben Jelloun osserva la mancanza di reazione dei Capi di Stato europei. Non hanno risposto ai «deliri statunitensi e israeliani». Un tempo, nella sua gioventù, c'erano questioni importanti. Le reazioni erano diverse. Negli anni '70, si recò a Parigi per fare politica. Partecipò a manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Organizzò un festival di cinema palestinese. Allora esisteva una «coscienza politica dell'opinione pubblica». Questa coscienza si è spenta. Non esiste più, afferma con convinzione.
Durante l'edizione del Festival dedicata alla Democrazia, Ben Jelloun ha toccato temi scottanti. Ha ricordato «quel gran criminale di George Bush». Bush ha giustificato la guerra in Iraq nel 2003 con «grandi menzogne». Ora dipinge per hobby. Ciò che vediamo oggi è una conseguenza di quegli eventi. Le Nazioni Unite furono umiliate allora. Continuano ad esserlo oggi. Trump esprime costantemente disprezzo e distanza verso l'ONU. Anche l'Europa è minacciata. Un presidente USA come Trump cerca di trascinarla verso la guerra. Nessuno può prevedere l'esito. I popoli pagano un prezzo terribilmente alto per questa guerra. Lo sottolinea l'autore di opere come «Il razzismo spiegato a mia figlia» e «Creature di sabbia».
Viene ricordato il film documentario «La voce di Hind». Racconta una storia vera. Le grida di aiuto di una bambina si ripetono. Alla fine, viene schiacciata dai carri armati israeliani. È un film, un'opera d'arte. Rappresenta realtà tragiche. Migliaia di bambine e bambini sono vittime. La loro colpa è nascere in un Paese che Israele ha voluto ripulire. Situazioni simili si verificano in Cisgiordania. La violenza continua a manifestarsi in forme sempre più crudeli.
Un signore lascia la sala, dicendo: «vi siete dimenticati il 7 ottobre». Ben Jelloun esprime il desiderio di aver potuto parlare con lui. Come tutti gli esseri umani, è rimasto impietrito da quanto accaduto. Ha scritto una denuncia assoluta contro l'aggressione di Hamas. La sua posizione è chiara: «per me ogni vita è uguale. Ogni vita vale l'altra vita». Queste parole sono accolte da applausi. La sua posizione è di condanna della violenza indiscriminata.
Un mondo in lacerazione: l'impossibilità di fermare le potenze
Viviamo un tempo di «lacerazione», più che di rottura. Le azioni possibili sono minime. Ben Jelloun cita una domanda sentita in TV: «C'è qualcuno che può fermare Trump?». La risposta è stata un secco: «No». Questa constatazione evidenzia la gravità della situazione. Le dinamiche internazionali sembrano inarrestabili. Le potenze agiscono senza freni. Il diritto internazionale sembra un ricordo lontano.
La critica si estende alla percezione della guerra. Le giustificazioni addotte per conflitti come quello in Iraq nel 2003 sono state basate su falsità. Questo ha creato un precedente pericoloso. La comunità internazionale ha perso un'occasione per affermare i propri principi. Le Nazioni Unite, un tempo baluardo della pace, sono state indebolite. La loro autorità è stata erosa da azioni unilaterali e dalla mancanza di rispetto. L'Europa stessa si trova in una posizione precaria. Minacciata da dinamiche esterne che potrebbero trascinarla in conflitti indesiderati.
La narrazione di Ben Jelloun è quella di un intellettuale profondamente preoccupato. La sua analisi non risparmia critiche a nessuno. Dagli Stati Uniti all'Europa, passando per il Medio Oriente. La sua voce si alza per denunciare l'ingiustizia. Sottolinea la fragilità della pace e la facilità con cui essa può essere compromessa. La sua opera letteraria riflette queste preoccupazioni. Offrendo spunti di riflessione sulla natura umana e sulle dinamiche sociali e politiche.
La sua partecipazione a Libri Come a Roma ha offerto al pubblico uno spaccato lucido e disincantato. La realtà mediorientale è complessa. Le soluzioni non sono semplici. L'impotenza percepita è un sentimento diffuso. La speranza risiede forse nella capacità di continuare a parlare. Di denunciare l'orrore. Di affermare il valore di ogni singola vita. Anche quando il mondo sembra precipitare nel caos. La sua opera invita a non rassegnarsi.
La repressione in Iran è un esempio lampante. La violenza contro i manifestanti. Le esecuzioni sommarie. Tutto questo avviene sotto gli occhi del mondo. La comunità internazionale assiste, spesso impotente. O peggio, divisa. Le divisioni interne all'Europa rendono difficile una risposta unitaria. La forza delle parole di Ben Jelloun risiede proprio in questa denuncia. Un monito contro la barbarie. Un appello alla coscienza. Anche di fronte a un futuro incerto.