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Il TAR del Lazio ha nuovamente dato ragione a una friggitoria contro il Comune di Roma, annullando il regolamento che imponeva canne fumarie esterne. La decisione apre le porte a metodi alternativi per lo smaltimento dei fumi, sollevando nuove questioni sul decoro urbano.

Sentenza TAR Lazio: ok a metodi alternativi per fumi friggitorie

Il Comune di Roma subisce un nuovo stop dal TAR del Lazio. Una recente sentenza, datata 20 marzo 2026, ha di fatto “bocciato” il regolamento comunale che vietava la frittura nei locali sprovvisti di canne fumarie esterne. Questo verdetto arriva a seguito di un ricorso presentato da un commerciante di via Volturno, nel quartiere Castro Petrorio.

La decisione dei giudici amministrativi mette in discussione l'articolo 64 bis del regolamento d'igiene comunale. Tale norma imponeva, come regola generale, il convogliamento dei fumi di cottura attraverso canne fumarie esterne. Il regolamento prevedeva l'uso di sistemi alternativi, come i carboni attivi, solo in casi eccezionali. Tuttavia, escludeva tassativamente le attività di friggitoria da tali deroghe.

È proprio su questa esclusione che gli esercenti hanno trovato un appiglio legale. I commercianti hanno sostenuto che il regolamento comunale fosse in contrasto con la legge regionale. Quest'ultima, infatti, obbliga i Comuni a promuovere l'adozione di apparati “tecnologici innovativi ed ecologicamente all'avanguardia”. L'obiettivo di tali tecnologie è migliorare la salubrità degli ambienti e ottimizzare lo smaltimento dei fumi.

Vigili Urbani e chiusura attività: il caso di via Volturno

La vicenda ha avuto origine lo scorso 29 ottobre. In quella data, un sopralluogo effettuato dalla polizia locale in un locale di via Volturno ha rivelato che l'attività principale consisteva nella frittura di pollo. Durante l'ispezione, sono emerse criticità tecniche relative al sistema di smaltimento dei fumi.

Queste problematiche hanno portato all'emissione di un provvedimento di chiusura dell'attività di cucina. I proprietari del locale, tuttavia, hanno deciso di impugnare tale decisione. Il TAR, pochi giorni fa, ha accolto il loro ricorso, dando loro ragione.

I giudici del tribunale amministrativo hanno sottolineato una significativa mancanza di istruttoria da parte del Comune. La scelta di privilegiare sistematicamente la canna fumaria tradizionale è stata giudicata priva di una base tecnico-scientifica. Non è stato dimostrato, secondo il TAR, che i metodi alternativi moderni fossero inefficaci rispetto alla canna fumaria.

In sostanza, il Campidoglio è chiamato a fornire motivazioni solide per giustificare la preferenza per la canna fumaria, rendendola di fatto obbligatoria per le friggitorie. La sentenza evidenzia come un “sistema a carboni attivi ben mantenuto” possa rappresentare un'alternativa valida. Anzi, in certi casi, potrebbe essere addirittura preferibile alla canna fumaria tradizionale. Questo grazie alla sua capacità di ridurre gli inquinanti immessi nell'aria urbana.

Implicazioni della sentenza e future azioni del Comune

Il tribunale ha quindi annullato l'articolo 64 bis del regolamento d'igiene. Lo ha fatto nella parte in cui limitava l'uso di metodi alternativi per lo smaltimento dei fumi. È stato inoltre annullato il provvedimento di chiusura dell'attività di frittura del ricorrente.

Il Comune di Roma ha già annunciato l'intenzione di impugnare questa decisione. Nel frattempo, l'amministrazione sta studiando strategie per evitare il ripetersi di sentenze simili. Solo poche settimane fa, in un caso analogo, il TAR del Lazio aveva nuovamente favorito il privato cittadino.

Andrea Alemanni, presidente della commissione Attività Produttive, ha commentato la situazione ai microfoni di RomaToday. «Sicuramente stiamo adeguando le norme», ha spiegato. Ha aggiunto che il problema, che si manifestava soprattutto in periferia, sembra essere stato risolto. «In centro storico, purtroppo, vediamo attività di scarsa qualità che persistono nell’utilizzo di friggitorie sulle quali dovremmo intervenire», ha affermato Alemanni.

Il presidente della commissione ha espresso preoccupazione per l'impatto di queste attività sul decoro della città. «Questa sentenza racconta dell’ennesimo minimarket che non solo abbassa la qualità del livello commerciale di Roma ma dimostra quanto il decoro della città in cui viviamo, per alcuni commercianti, non sia una priorità», ha dichiarato. Alemanni ha promesso un'analisi approfondita della vicenda, esaminando ogni singola situazione.

Il contesto normativo e la “guerra degli odori” a Roma

La sentenza del TAR del Lazio riaccende il dibattito sulla cosiddetta “guerra degli odori” che da tempo coinvolge le attività di ristorazione e le amministrazioni locali. Le normative sull'emissione degli odori e dei fumi di cottura sono spesso oggetto di contenziosi, poiché cercano di bilanciare le esigenze economiche degli esercenti con il diritto dei cittadini a un ambiente salubre e privo di molestie olfattive.

Il regolamento comunale di Roma, nella sua impostazione originaria, mirava a garantire standard elevati di qualità dell'aria, soprattutto nelle aree densamente popolate e nel centro storico. L'obbligo di canne fumarie esterne rispondeva all'esigenza di convogliare i fumi lontano dalle abitazioni e dalle aree pubbliche. Tuttavia, l'interpretazione della legge regionale ha aperto una breccia.

La legge regionale, infatti, promuove l'innovazione tecnologica. Questo spinge verso soluzioni più moderne ed efficienti, come i sistemi di filtrazione avanzata. Il TAR ha interpretato questa norma come un invito a considerare tali tecnologie come alternative valide, anziché escluderle a priori.

La decisione del tribunale amministrativo sottolinea l'importanza di un'istruttoria rigorosa da parte degli enti locali. Il Comune deve dimostrare, con dati scientifici e tecnici, l'inefficacia delle alternative proposte prima di imporre soluzioni specifiche. Questo vale soprattutto quando tali soluzioni comportano costi significativi per gli esercenti o limitano la loro attività.

La posizione di Andrea Alemanni evidenzia una preoccupazione per la qualità dell'offerta commerciale e per il decoro urbano. L'idea che alcune attività, soprattutto nel centro storico, possano compromettere l'immagine della città è un tema sensibile per l'amministrazione capitolina. La sfida ora è trovare un equilibrio tra la tutela del patrimonio commerciale e la salvaguardia della qualità della vita dei residenti e dei visitatori.

Il Comune dovrà quindi rivedere il proprio regolamento o, quantomeno, la sua applicazione. Sarà necessario sviluppare procedure più accurate per valutare le proposte tecnologiche alternative. L'obiettivo è garantire che le normative siano efficaci nel proteggere l'ambiente e la salute pubblica, senza però ostacolare ingiustificatamente le attività economiche legittime. La “guerra degli odori” a Roma è tutt'altro che finita, e questa sentenza segna un nuovo, importante capitolo.

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