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Il film 'Michael' di Antoine Fuqua esplora la vita del Re del Pop, concentrandosi sulla sua ascesa e sul talento. La pellicola, approvata dagli eredi, celebra il mito ma evita le controversie, lasciando fuori dalla narrazione gli ultimi vent'anni della sua esistenza.

Celebrazione del genio o ritratto incompleto?

Tentare di trasformare una figura leggendaria in un prodotto cinematografico presenta notevoli rischi. Il regista Antoine Fuqua affronta questo compito con 'Michael', un'opera che sembra più un omaggio a una reliquia pop che una biografia completa. Il pubblico è spesso desideroso di conoscere i retroscena della vita degli artisti amati. La figura di Michael Jackson, una delle più grandi pop star di sempre, non poteva sfuggire a questo trattamento. A differenza di precedenti rappresentazioni non autorizzate, questo film ha ricevuto il plauso degli eredi del cantante.

La pellicola ripercorre la carriera dell'artista, partendo dagli esordi con i Jackson 5. Sotto la guida severa del padre Joseph, il giovane Michael dimostra un talento eccezionale. Nonostante l'unità del gruppo, il suo potenziale unico emerge, alimentando il desiderio di emanciparsi dal controllo paterno. Una volta adulto, Michael inizia a esplorare il proprio percorso artistico. La lealtà familiare lo lega ai fratelli e alla madre, ma la sua ambizione di indipendenza si manifesta chiaramente.

L'uscita di scena avviene durante l'ultima esibizione del Victory Tour con la band. Michael annuncia un nuovo capitolo come artista solista. Questa promessa segna l'inizio della sua carriera indipendente, ma il film sceglie di omettere gli ultimi vent'anni della sua vita. La narrazione si concentra sulla sua ascesa e sul suo impatto iniziale sulla musica pop.

Le performance musicali come cuore del film

Il progetto appare ambizioso, mirando a celebrare un talento ineguagliabile e, al contempo, a gestire il peso di una delle biografie più discusse della cultura pop. Tuttavia, quando il film sembra sul punto di approfondire aspetti critici, sceglie una via più cauta. Le zone d'ombra della sua vita rimangono tali, non per una precisa scelta artistica, ma per una certa reticenza strutturale. Il risultato è un'opera che preferisce suggerire piuttosto che analizzare, costruendo un monumento più che un ritratto fedele.

Il film raggiunge il suo apice nelle sequenze musicali. L'interpretazione di Jaafar Jackson, nipote del cantante, offre un'impressione di resurrezione del Re del Pop. In questi momenti, Fuqua abbandona la rigidità narrativa per immergersi in un'esperienza più sensoriale. Qui il mito di Michael Jackson può esprimersi liberamente, senza le contraddizioni che affliggono la sua vita reale.

Un monumento visivo, ma non un'indagine profonda

Le transizioni tra le esibizioni sul palco e la vita privata rivelano le fragilità della pellicola. 'Michael' sembra costantemente sul punto di affrontare le complessità dell'artista, ma poi si ritrae verso un approccio più controllato e quasi museale. La vita di Michael Jackson include capitoli oscuri che difficilmente ci si aspetterebbe in un film approvato dagli eredi. Questa scelta è comprensibile, ma finisce per dipingere il protagonista quasi come una figura santa.

Visivamente, il film è curato e coerente con il suo intento spettacolare. Non presenta soluzioni particolarmente innovative, ma crea immagini solide e pulite, pensate per esaltare la figura centrale. Questo approccio riflette la natura del progetto: più un monumento che un'indagine, più una celebrazione che una dissezione. 'Michael' osserva il suo protagonista da vicino, ma raramente penetra nella sua interiorità. Lo circonda, lo ricostruisce, lo mette in scena, ma raramente lo mette in discussione. Come biopic, nel senso più completo del termine, rimane incompleto.

Al termine della visione, permane la sensazione che la storia più importante, quella più difficile, scomoda e profondamente umana, sia rimasta fuori campo. La pellicola offre uno sguardo sul mito, ma lascia intatto l'uomo dietro di esso.