Medici di base del Lazio protestano contro nuovi controlli sulle prescrizioni farmaceutiche. Hanno sospeso le trattative e dichiarato lo stato di mobilitazione. Le organizzazioni sindacali chiedono il ritiro immediato delle disposizioni regionali.
Medici di famiglia in agitazione
Le principali sigle sindacali dei medici di medicina generale del Lazio hanno proclamato lo stato di agitazione. La decisione segue l'introduzione di nuove procedure per il monitoraggio della spesa farmaceutica. Le organizzazioni Fimmg, Smi, Snami, Federazione Medici del Territorio e Cisl Medici hanno interrotto le trattative per il rinnovo dell'accordo integrativo regionale. Chiedono il ritiro immediato di una nota regionale del 26 marzo. Questa nota introduce nuove regole per il controllo della farmaceutica convenzionata.
Il punto focale della protesta riguarda le Commissioni di Appropriatezza Prescrittiva Interdistrettuale (CAPI). I sindacati ritengono che queste commissioni siano state trasformate da strumenti di audit clinico a meccanismi di controllo amministrativo. Le sigle hanno inviato una lettera congiunta a diverse istituzioni. Tra queste figurano il Ministero della Salute, la FNOMCeO, la Regione Lazio, gli Ordini provinciali e i direttori generali delle Asl. Denunciano un modello che definiscono “oppressivo”. Sostengono che questo modello possa limitare l'attività prescrittiva dei medici di base.
Critiche alla nota regionale del 26 marzo
Secondo quanto comunicato dall'intersindacale, la disposizione regionale prevede un'analisi mensile dei profili prescrittivi. Verranno esaminati i dati di dieci medici per distretto. In caso di anomalie rilevate dal sistema di monitoraggio Bihealth, sarà richiesta una controdeduzione. Questo meccanismo, secondo i sindacati, coinvolgerebbe circa 2.440 medici su un totale di 3.900. Si tratta di quasi due terzi dei medici di medicina generale operanti nel Lazio.
Le organizzazioni di categoria contestano l'obbligo di selezionare un numero prefissato di professionisti. Affermano che tale selezione non si basi su criteri clinici, ma su una logica numerica. Questo approccio rischia di compromettere l'equilibrio tra appropriatezza prescrittiva e autonomia professionale. Denunciano quindi un controllo definito “ispettivo e ragionieristico”. Temono che possa incentivare una forma di medicina difensiva di tipo economico. Ciò avrebbe ripercussioni sia sulla libertà clinica sia sul rapporto di fiducia tra medico e paziente.
Autonomia professionale e diritto alla salute a rischio
Nella corrispondenza inviata alle istituzioni, i rappresentanti dei medici sollevano dubbi sulla conformità delle nuove disposizioni. Sottolineano un possibile contrasto con i principi del Codice deontologico. Evidenziano anche la potenziale violazione dell'articolo 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute. Le sigle sindacali hanno inoltre annunciato l'intenzione di segnalare la questione al Garante per la privacy. Vogliono verificare eventuali criticità nella gestione dei dati sensibili.
Un altro aspetto fortemente contestato è la metodologia di adozione delle disposizioni. I sindacati affermano che tali misure siano state introdotte senza un previo confronto con la medicina generale. Questo avviene in un contesto già segnato da carenza di personale e aumento della domanda assistenziale. In questa situazione, le misure percepite come punitive potrebbero aggravare ulteriormente le difficoltà del sistema sanitario territoriale.
Altre criticità sollevate dai sindacati
Il disaccordo con la Regione non si limita al monitoraggio della spesa farmaceutica. L'intersindacale critica anche una nota del 15 gennaio. Questa nota avrebbe bloccato l'integrazione dei medici cessati nelle Unità di Cure Primarie. Ha anche impedito i trasferimenti interni. I sindacati ritengono che queste decisioni abbiano un impatto diretto sulla continuità dell'assistenza. Chiedono quindi una sospensione urgente di tali provvedimenti.
Le critiche si estendono anche alla gestione delle Case della Comunità. Le sigle sindacali segnalano comportamenti non uniformi tra le diverse aziende sanitarie. Denunciano inoltre il mancato rispetto degli accordi contrattuali. Questo quadro generale, secondo i rappresentanti della categoria, rende la professione medica sempre meno attrattiva. Ciò riguarda in particolare i giovani medici.
Trattative sospese, dialogo interrotto
La crescente tensione si è manifestata anche sul piano politico. L'incontro previsto nei giorni scorsi tra i rappresentanti sindacali e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, è stato annullato. I rappresentanti sindacali hanno annunciato il loro ritiro da tutte le delegazioni a ogni livello. Ritengono che al momento non sussistano le condizioni per un confronto costruttivo.
Nonostante la situazione, l'intersindacale non chiude completamente le porte al dialogo. Le organizzazioni si dichiarano disponibili a riprendere il confronto. Tuttavia, pongono una condizione precisa: il ritiro dei provvedimenti contestati. Chiedono inoltre l'avvio di una trattativa definita “reale, trasparente e rispettosa del ruolo della medicina generale”. Un'attenzione particolare è richiesta per la presa in carico dei pazienti fragili e cronici.
La richiesta finale è chiara e perentoria: sospensione immediata delle misure. Vogliono una revisione delle modalità operative delle CAPI. Richiedono la separazione tra audit clinico e controlli economici. Infine, chiedono il ritiro della nota del 26 marzo. Per i medici di famiglia del Lazio, la questione va oltre l'organizzazione. Riguarda direttamente l'equilibrio tra sostenibilità della spesa, autonomia professionale e qualità dell'assistenza sul territorio.