Recensione "Non scrivere di me" di Veronica Raimo
Il nuovo romanzo di Veronica Raimo, intitolato «Non scrivere di me» e pubblicato da Einaudi, offre uno sguardo penetrante e ironico sulla vita contemporanea. La protagonista, S., una trentacinquenne cameriera e aspirante scrittrice, incarna un'acuta critica verso sé stessa e la società circostante.
Il libro, di appena 150 pagine, si distingue per un tono dissacrante e a tratti cinico. S. osserva con occhio critico i comportamenti e gli atteggiamenti, smascherando le illusioni e le maschere che le persone indossano. Questa lucidità quasi implacabile, definita dall'autrice una «patologia della consapevolezza», diventa il motore narrativo.
L'ossessione amorosa come rifugio
Di fronte a una realtà percepita come priva di senso o valore, S. trova un contrappeso nell'amore, inteso però come un'illusione e un'ossessione. L'incontro con Dennis May, un attore americano, segna l'inizio di una devozione quasi incondizionata.
Questo sentimento, paragonato a un moderno bovarismo, permette a S. di evadere dalla sua ipercriticismo. L'amore diventa una zona franca, uno spazio mentale che la protegge dalla disillusione e dal cinismo che permeano la sua visione del mondo.
Un amore nutrito dal vuoto
Nonostante gli incontri sporadici con Dennis, che avvengono solo quattordici volte, l'ossessione di S. prospera. La protagonista stessa ammette che «le ossessioni si alimentano nel vuoto e mi era stato concesso tutto il vuoto di cui avevo bisogno».
Questa dinamica sottolinea come l'idealizzazione e l'attesa possano diventare più potenti della realtà stessa. Il romanzo esplora la complessa psicologia di una donna che cerca disperatamente un senso attraverso l'illusione amorosa, in un mondo che lei stessa descrive con tagliente ironia.
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