Referendum, la sorpresa è il ritardo degli adulti
Il recente referendum sulla giustizia ha visto una partecipazione significativa della Generazione Z, un dato che ha colto di sorpresa molti adulti. Tuttavia, questa mobilitazione non è un evento inatteso, ma piuttosto la dimostrazione di come i giovani rispondano quando percepiscono autenticità, posta in gioco reale e una mobilitazione dal basso.
I dati parlano chiaro: tra i 18 e i 28 anni, la partecipazione ha raggiunto il 67%, con una maggioranza del 58,5% per il No. Questo risultato ha suscitato stupore, mettendo in discussione la percezione comune di una generazione distante, diffidente e poco incline alla politica tradizionale.
Gen Z: coerenza tra lavoro e sfera pubblica
La Generazione Z applica alla politica gli stessi criteri che utilizza per valutare il mondo del lavoro. Cerca coerenza, verità e sostanza, non semplici confezioni o messaggi superficiali. Come evidenziato da Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, la Gen Z ha «cambiato le regole del gioco» nelle aziende, modificando aspettative su colloqui, permanenza, rapporto con i capi e valutazione degli ambienti lavorativi.
Questa logica si estende alla sfera pubblica: i giovani non si mobilitano per appartenenza rituale o deferenza verso le istituzioni, ma quando avvertono un interesse reale e la necessità di prendere posizione. Il voto non segna una riconciliazione con la politica tradizionale, ma piuttosto la sua crisi e l'emergere di nuove forme di partecipazione.
L'errore di lettura degli adulti e la credibilità
Molta informazione tende a classificare la Gen Z come disinteressata o volatile, per poi stupirsi quando questa rompe gli schemi. Questo è un errore culturale, poiché i segnali erano evidenti nel mondo del lavoro. I giovani cercano trasparenza, senso, crescita e qualità delle relazioni, non solo un linguaggio aggiornato o una presenza sui social.
Seghezzi sottolinea che la Gen Z «cerca autenticità e coinvolgimento, non solo comfort». Questo vale sia per le aziende che per la politica. I tentativi di raggiungere i giovani attraverso canali a loro vicini, ma con metodi verticali e non partecipativi, si rivelano inefficaci. La credibilità non si costruisce solo con il mezzo, ma con la sostanza e il metodo.
La partecipazione nasce altrove, non nei vecchi recinti
Il referendum ha visto una partecipazione perché si è mossa una dinamica profonda, meno addomesticabile, legata a una mobilitazione della società civile e a persone non intercettate dai partiti. La Generazione Z non è tornata nei vecchi recinti politici, ma ha risposto a una spinta sociale diffusa.
Questo dimostra che i partiti non detengono più il monopolio della partecipazione e i giornali quello dell'interpretazione. Le aziende, come la politica, faticano a farsi credere dai giovani perché spesso si concentrano sul linguaggio senza cambiare la propria postura. La Gen Z percepisce immediatamente la finzione e reagisce ritraendosi o esponendosi in base all'autenticità percepita.
La lezione: autenticità, relazione e fiducia
La Generazione Z, che chiede feedback chiari, crescita reale e coerenza, non tollera liturgie opache o operazioni di facciata in politica. Non si è «risvegliata» ora; era già consapevole mentre le imprese perdevano candidature e i recruiter scoprivano che lo stipendio non basta più.
La vera notizia non è che la Gen Z abbia votato, ma che continuiamo a stupirci di una generazione che ripete da anni lo stesso messaggio: senza autenticità non c'è relazione, senza relazione non c'è fiducia, senza fiducia non c'è consenso. Una lezione che nel lavoro è stata appresa a fatica e che ora la politica sta imparando, con la stampa che registra il fenomeno solo quando è già esploso.