Figlio autista Moro: "Ora non odio più"
Il ricordo di Domenico Ricci, padre e autista
Giovanni Ricci, figlio di Domenico, autista di Aldo Moro, ha compiuto sessant'anni e ha intrapreso un percorso di riconciliazione con il passato. Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, fu ucciso dai brigatisti il 16 marzo 1978 in via Fani, mentre era al volante della Fiat 130 da cui venne rapito lo statista.
L'ultima sera prima della strage, Domenico accarezzava il figlio Giovanni, allora dodicenne, deluso per una partita di calcio persa. «Ne vincerai un’altra. Ti insegnerò io qualche trucco», gli disse il padre, con un gesto di affetto che Giovanni custodisce ancora oggi.
La Storia e la memoria dei caduti
Giovanni, oggi sociologo e criminologo, presiede l'Associazione Domenico Ricci per la memoria dei Caduti di via Fani. Vive a Roma, nello stesso quartiere dove abitava con il padre. L'ultima foto scattata insieme risale a quel periodo, nel cortile di casa.
Ricorda con affetto le giornate speciali trascorse con il padre, come l'Epifania o una gita a Torrita Tiberina con la famiglia Moro. L'incontro con Aldo Moro sulla spiaggia di Terracina, con lo statista in giacca e cravatta, gli fece intuire l'importanza della figura politica.
Giovanni riflette sulla differenza nella commemorazione delle vittime di terrorismo rispetto a quelle delle foibe o della Shoah. Sottolinea come in Italia le vittime del terrorismo siano state 381, un numero elevato se paragonato a Francia e Germania, e come la memoria di questi caduti meriti un riconoscimento costante.
La linea della fermezza e la scorta dimenticata
Giovanni Ricci concorda con le figlie di Moro sulla scelta della «linea della fermezza» decisa poche ore dopo il rapimento, che impedì ogni trattativa. Critica il fatto che, a differenza di oggi, dove i Servizi segreti negoziano per i connazionali rapiti all'estero, per Moro non si fece altrettanto, nonostante le pressioni internazionali, in particolare dagli Stati Uniti.
Solleva un interrogativo sulla mancata divulgazione dei nomi degli uomini della scorta caduti in via Fani: Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, oltre al padre Domenico. Li definisce «fantasmi», servitori dello Stato la cui libertà è stata garantita anche dal loro sacrificio.
Chiede spiegazioni sulla decisione della fermezza presa in sole due ore, sottolineando come la politica e la magistratura debbano ancora fornire risposte concrete. Ricorda le parole di Andreotti alla madre: «Dovevate liberare Moro e prenderli appena girato l’angolo».
Il percorso verso la riconciliazione
Il 16 marzo 1978 ha lasciato in Giovanni un dolore profondo, l'urlo della madre, la visione del padre sotto un lenzuolo, l'orologio Zenith al polso. L'immagine del padre sulla prima pagina di un quotidiano devastò la sua vita, facendogli percepire la distruzione operata da chi voleva cambiare l'Italia.
Ciò che più gli manca è non aver potuto vivere un'adolescenza con un padre vicino, di cui andare fiero. Tuttavia, è riuscito a fare pace con chi gli ha distrutto la vita. Dopo un anno dalla strage, nutriva desiderio di vendetta, ma la nascita del figlio, chiamato come il nonno, e gli insegnamenti della madre lo hanno guidato verso il non odio.
Nel 2008, grazie al concetto di giustizia riparativa, ha intrapreso un percorso durato dieci anni. Ha incontrato Adriana Faranda, Franco Bonisoli e Valerio Morucci, chiedendo loro conto delle loro azioni. Ha ricevuto il loro perdono, ma per lui si è trattato più di una riconciliazione con il proprio passato.
Grazie a questo percorso, Giovanni Ricci ha liberato anche suo padre dalla «gabbia» del 16 marzo 1978. Ora può guardare le foto del padre, rivedere il suo sorriso, un processo che gli è costato amicizie, insulti e accuse di tradimento, ma che gli ha permesso di ritrovare serenità.